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20 Ott 2013

IL VALORE DELLE DIASPORE. COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO E IMMIGRAZIONE. 

 

Capitolo per il Dossier statistico Immigrazione IDOS, 2013

Il legame tra migrazione e sviluppo ha trovato attenzione nel dibattito internazionale ed europeo. Anche in Italia si sono sperimentate, a livello territoriale, strategie e pratiche di coinvolgimento delle comunità immigrate nel rapporto con le aree di provenienza, in una prospettiva solidaristica e di co-sviluppo, a vantaggio reciproco. Ne è emerso un quadro di grande interesse e di opportunità per entrambi i territori coinvolti, che vanno da una maggiore integrazione e inclusione, all’apertura internazionale, al rapporto di partenariato, alle occasioni di investimento.

Premessa

Useremo il termine diaspora come è inteso nel linguaggio moderno: ad indicare qualsiasi collettività immigrata, integrata e riconosciuta, che mantenga rapporti di solidarietà interna, espressioni culturali proprie, collegamenti transnazionali con le regioni di origine. Mentre la cultura diasporica tradizionale vive un senso nostalgico di appartenenza nazionale e culturale, emotivo e riferito al passato, molta parte degli odierni immigrati guarda invece al futuro, con una visione transnazionale di duplice appartenenza e di identità plurale.

Quali opportunità il transnazionalismo delle diaspore può offrire ai territori di nuova residenza? Come valorizzare le interconnessioni tra immigrazione e sviluppo? Quali indicazioni trarre dalle pratiche di co-sviluppo messe in atto in quest’ultimo decennio?

L’immigrazione come risorsa da valorizzare

In Italia, poco meno del 2% degli immigrati proviene da paesi caratterizzati da condizioni di grave povertà, con un reddito pro capite annuo inferiore a 1.500 $. Nel Dossier statistico immigrazione 2010 (Ed. IDOS, p. 25) veniva documentato, sulla base di indicatori quali l’indice dello sviluppo umano, l’indice degli stati falliti, il reddito pro capite, che i paesi a maggiore emigrazione sono quelli nella fascia media della povertà mondiale, con un reddito pro capite intorno ai 5.000 $ e un livello medio di sviluppo umano, di condizioni sociali, sanitarie, culturali. Salvo casi di persecuzione, guerra, carestia, emigra chi può maggiormente permetterselo, in termini economici, di maggiori conoscenze, istruzione, formazione professionale, intraprendenza.

Ogni anno decine di migliaia di persone qualificate entrano in Italia per poi doversi dedicare a mansioni lontane dal loro profilo educativo e professionale. Un vero brain waste, spreco di cervelli, di competenze. Sarebbe possibile, oltre che utile, invertire questa tendenza valorizzando tali capacità sia in Italia che nei paesi di origine, anche riconoscendo agli immigrati una mobilità (brain circulation) che permetta loro di lavorare, sia qui da noi che nei propri paesi, per attuare forme di cooperazione a vantaggio reciproco (Dossier statistico immigrazione 2011, Ed. IDOS, p. 26).

L’odierno transnazionalismo degli immigrati

È normale e doveroso che ogni paese adotti misure per regolare e controllare i flussi migratori e per cercare di assicurarne la compatibilità con la propria situazione economica e sociale. Esse devono però andare di pari passo con una visione lungimirante e non legata alla sola contingenza, con i cambiamenti nel mondo, con la globalizzazione, con le opportunità che possono emergere dai rapporti con i paesi di origine dei migranti, con le situazioni che periodicamente provocano esodi forzati, oltre che con il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona. I processi migratori sono il naturale effetto della tensione dell’essere umano a migliorare la propria esistenza.  Globalizzazione e mobilità umana sono divenute due componenti inscindibili della realtà odierna. Teniamo anche presente che alcune centinaia di migliaia di immigrati giungono in Italia da Paesi europei e sono indispensabili per coprire le necessità assistenziali e i servizi alla persona. Se dovessero lasciare il nostro paese per trovare altrove un migliore trattamento umano e economico, è facile immaginare le conseguenze negative per Italia.

Qualcuno vorrebbe continuare a considerare il migrante come risorsa da utilizzare e liberarsene in funzione delle strette necessità del mercato del lavoro. Si tratta di posizioni spesso ideologiche e strumentali. Le ricerche e gli studi sulle migrazioni mostrano, da decenni, una realtà ben diversa, più complessa, articolata, stimolante e anticipatrice dei cambiamenti futuri. Come per ogni altro essere umano, poi, l’identità del migrante non si esaurisce nella sua origine nazionale o etnica o nel suo lavoro, ma comprende molti altri riferimenti ed altre identificazioni, di tipo culturale, religioso, familiare, territoriale, associativo, caritativo, politico, economico, ideologico, che vengono vissuti anche nel nuovo contesto, acquisendone di nuovi, pur mantenendo o trasformando quelli del contesto di origine. A meno di precise scelte in senso contrario, l’emigrazione non comporta la perdita dei contatti con il proprio paese: viene vissuta in una prospettiva transnazionale, con l’integrazione nel nuovo contesto insieme al mantenimento delle relazioni e dei legami familiari, sociali, economici con quello originario.

Alcuni studiosi italiani, inserendosi nel filone di ricerca e di analisi avviato a livello internazionale, hanno cercato di approfondire il tema del transnazionalismo degli immigrati, e delle diverse forme in cui si esprime nel legame tra le due sponde migratorie. Segnaliamo in particolare, anche per le citazioni e i riferimenti bibliografici, M. Ambrosini (Un’altra globalizzazione. Le sfide delle migrazioni transnazionali, 2008) e M. Ambrosini, F. Berti (Persone e migrazioni, 2009). Con una serie di pubblicazioni, il Cespi (ed in particolare A. Stocchiero) ha approfondito il nesso tra migrazioni e sviluppo, analizzato esperienze concrete di pratiche territoriali transnazionali e presentato indicazioni e proposte. In occasione del Forum nazionale della cooperazione allo sviluppo (2012), un documento su “sviluppo e migrazioni” è stato elaborato da rappresentanti della società civile e delle istituzioni.

Il transnazionalismo vissuto dagli immigrati può toccare ogni aspetto della vita. Le madri migranti sono le prime a viverlo, rimanendo legate ai figli in patria, sostenendoli con denaro e doni, visitandoli quando possibile, aspirando a farsi ricongiungere da loro. Vi è poi il transnazionalismo delle rimesse, quello dei viaggi e dei ritorni per ferie, ricorrenze, festività, delle telecomunicazioni, dell’import-export di prodotti dai paesi di origine, degli scambi transnazionali con imprese avviate dagli immigrati nelle regioni di origine o che esportano in tali regioni prodotti italiani. Non sempre si tratta di attività che richiedono spostamenti di persone, ma fanno girare denaro, messaggi, beni, consentono di mantenere vivi i legami transnazionali, di sentirsi ancora presenti, di vivere le diverse identità e la duplice appartenenza. Anche la dimensione religiosa favorisce il sentimento transnazionale del legame con le comunità e i movimenti della stessa fede nel mondo.

Transnazionalismo e sviluppo

Esiste l’effettiva possibilità degli immigrati di partecipare ai processi di sviluppo dei paesi di provenienza? Possono agire da attori del dialogo e dell’integrazione transnazionale tra i paesi delle due sponde migratorie?

A livello internazionale, il rapporto tra migrazioni e sviluppo ha avuto crescente attenzione. Nel 2006, il Segretario Generale Kofi Annan ha predisposto uno specifico rapporto per l’Assemblea Generale ONU, in cui sostiene il “chiaro legame tra migrazioni e sviluppo” ed evidenzia le opportunità per il “miglioramento concertato delle condizioni economiche e sociali sia nei paesi di origine che in quelli di destinazione”, attraverso un co-sviluppo a triplice vantaggio, “triple win”: dei migranti e dei due paesi collegati dai loro legami. E’ stato in seguito costituito, nel 2007, un Global Forum che, con il contributo dei governi partecipanti, ha continuato a riunirsi in modo regolare. Il Consiglio europeo, già nel programma di Tampere del 1999, finalizzato alla creazione di un’area “di sicurezza, libertà e giustizia” nell’Ue, ha indicato la necessità di sinergie tra le politiche di sviluppo e quelle migratorie. Orientamenti concreti della Commissione sono poi seguiti tra il 2005 e il 2008, anche a seguito dell’adozione, nel dicembre 2005, del “Consenso europeo” sulle politiche di cooperazione allo sviluppo, con il quale le istituzioni europee assumono l’impegno di una maggiore coerenza dell’insieme delle politiche con gli obiettivi dello sviluppo.

Ma questa tensione internazionale ed europea non ha ancora trovato attuazione a livello generalizzato. Anche in Italia non sembrano emergere fenomeni significativi e duraturi di partecipazione degli immigrati ai processi di sviluppo dei paesi di origine, nonostante le iniziative di co-sviluppo messe in atto, alcune con carattere pionieristico e innovativo. Tra le possibili cause frenanti, due in particolare vanno evidenziate, e derivano sia dalle politiche migratorie che da quelle della cooperazione internazionale.

Con l’ancora diffusa paura del diverso e il non celato fastidio per le diversità culturali, le politiche mirano all’assimilazione degli immigrati più funzionali e delle loro famiglie e al rimpatrio di quelli sgraditi. L’approccio securitario, la tendenza alla chiusura delle frontiere, i vincoli normativi alla mobilità internazionale, l’eccesso di burocrazia, i condizionamenti politici e la loro variabilità nel tempo, riducono le possibilità di vivere la dimensione transnazionale e rendono difficile la costituzione di relazioni stabili e la valorizzazione del potenziale dell’immigrato a favore dello sviluppo del paese di origine. Alcuni programmi di accompagnamento al rimpatrio volontario sono stati messi in atto (F. Pittau,  A. Ricci, M. Giuliani, in “Studi Emigrazione”, 190/2013, pp. 199-224), ma funzionali per lo più ai singoli reinserimenti.

Le politiche italiane di cooperazione allo sviluppo sono alquanto in ritardo rispetto all’assunzione, tra le strategie prioritarie, del co-sviluppo territoriale. Forse anche perché, nonostante le dichiarazioni internazionali ed europee, l’Ocse-Dac, l’organizzazione che raccoglie i paesi impegnati negli aiuti allo sviluppo, mostra anch’essa un ritardo. Gli immigrati non sono mai stati considerati come soggetti a cui poter riconoscere un ruolo attivo e propositivo. È stata loro negata la partecipazione pubblica alle attività di cooperazione internazionale. In coerenza, in fondo, con la negazione del voto nelle elezioni amministrative e dell’ingresso nell’impiego pubblico (su quest’ultimo, va però evidenziato che la recente legge 97/2013, che recepisce la legge europea 2013, ha introdotto disposizioni sull’accesso dello straniero al pubblico impiego). La cooperazione è stata talvolta utilizzata come merce di scambio negli accordi bilaterali per il controllo dei flussi migratori e il rimpatrio, quindi con una visione securitaria e non di sviluppo. Inoltre, sono ancora relativamente pochi gli attori della cooperazione che hanno saputo stabilire, con quelli dell’immigrazione, rapporti sistematici di collaborazione e di programmazione nella prospettiva del co-sviluppo.

Le diaspore e le cooperazioni territoriali per il co-sviluppo

Il migrante inserito in una rete non è un soggetto isolato. Nella rete trova utili riferimenti per il lavoro, l’abitazione, la socializzazione, il sostegno materiale e morale, l’accreditamento e i contatti sociali, la rielaborazione delle propria identità. Trova cioè un prezioso capitale sociale, umano, economico e finanziario. Le reti e le comunità immigrate non vanno idealizzate né ascoltate acriticamente. Hanno infatti gli stessi limiti e gli stessi chiaroscuri dell’associazionismo autoctono. Ma rimane indubbia la potenzialità delle diaspore ad essere ponte di collegamento tra due realtà internazionali. Il loro transnazionalismo può perfino produrre effetti macrosociali. Il complesso di attività e rapporti transnazionali, a livello aggregato, può infatti influire sulle sorti delle città e dei paesi a cui si riferisce. L’alto ammontare dei trasferimenti di denaro nei paesi di origine o l’alto numero di imprese e attività economiche avviate in quelli di nuova residenza, sono solo due indicatori tra i tanti. I documentati rapporti della Fondazione Leone Moressa sull’economia dell’immigrazione (2012 e 2013) mettono bene in risalto come anche in tempo di crisi gli immigrati siano una risorsa per l’Italia e contribuiscano al reddito nazionale lordo per quasi il 5%, con 70 miliardi di €. Conducono il 7,8% del totale delle imprese (dati Movimprese-Unioncamere, 2012), tanto che a Milano il nome più diffuso tra i piccoli imprenditori è Mohamed (Camera di commercio, 2013). Dall’altro lato, l’ammontare delle rimesse può assumere una consistenza molto elevata in rapporto al Pnl dei paesi riceventi. Si tratta di un ammontare complessivo mondiale di circa 400 miliardi di €, movimentati da 214 milioni di migranti (Banca Mondiale, 2013). Dall’Italia 7,4 miliardi di € nel 2011, con un lieve calo nel 2012. Gli effetti positivi non sono sempre evidenti, ma illuminante è il caso del Messico (rimesse per più di 20 miliardi $), dove è stato calcolato che, per ogni dollaro inviato, il Pnl cresce di circa tre volte.

In quali termini si è sviluppata in Italia l’idea del co-sviluppo transnazionale tra le realtà di origine e di nuova residenza degli immigrati? E in quale modo questi vi hanno partecipato insieme ai soggetti pubblici e privati nelle due realtà territoriali? Lungo è l’elenco delle iniziative messe in atto negli ultimi dieci anni. Sono state realizzate a livello territoriale, anche quando sostenute e finanziate dalla DG Cooperazione del ministero degli Affari esteri o da essa delegate all’OIM, Organizzazione internazionale per le migrazioni. Hanno coinvolto comunità, città, villaggi nei paesi di origine e corrispondenti realtà italiane. Ogni iniziativa ha rappresentato un tassello utile a precisare l’idea e la pratica del co-sviluppo, anche se forse ancora poche possono essere considerate vere iniziative transnazionali di cooperazione e di co-sviluppo. Più che elencarle, ci sembra utile evidenziarne alcune caratteristiche, cercando di individuare punti di forza e di debolezza, in modo da apportare un contributo all’analisi di questa forma di cooperazione che riteniamo di grande efficacia se realizzata in modo appropriato.

Punti di forza e di debolezza

1. La dimensione territoriale.  La realtà territoriale, città, provincia, regione, è la dimensione appropriata. È la realtà dove risiedono le comunità e le associazioni di immigrati: nel tempo si sono organizzate, radicate, hanno stabilito rapporti con le istituzioni e altre organizzazioni, vi lavorano, hanno costruito famiglia e interessi; hanno al contempo continuato a mantenere legami con le realtà di origine, anche visitandole con una certa regolarità. È la dimensione in cui è più facile individuare e definire precisi interessi di soggetti pubblici e privati nella costruzione di rapporti di cooperazione tra due paesi, a vantaggio reciproco: co-sviluppo, appunto, triple win. Spesso si usa il termine “cooperazione decentrata”, ma riteniamo che cooperazione territoriale esprima meglio e in modo puntuale l’ambito in cui i vari soggetti pubblici e privati, istituzionali e associativi, immigrati e autoctoni, possono essere coinvolti con comuni finalità di co-sviluppo. Nel Dossier statistico immigrazione 2011 (Ed. IDOS, pg. 31) sono state indicate alcune delle principali iniziative realizzate in Italia negli anni recenti, con i soggetti coinvolti a livello territoriale.

Guardando fuori dall’Italia, numerosi sono gli esempi di strategie di co-sviluppo in alcuni paesi europei. Ci limitiamo ad indicare qualche riferimento bibliografico. A. Manço, S. Amoranitis (2010) per il Belgio; A. Cortés e coll. (2006), per la Spagna; Development Research Centre on Migration (2006) e dfid (2007) per il Regno Unito; I. Guissé, C. Bolzman (2009) per la Svizzera. Sulle esperienze delle rete europea su migrazioni e sviluppo “Eunomad”, si rimanda ai rapporti 2011 e 2012.

2. Il dinamismo delle diaspore. È un elemento indispensabile per l’avvio e il successo di questo tipo di cooperazione. Non si tratta infatti di iniziative di singoli migranti, in un’ottica di interesse personale e familiare, ma di co-sviluppo, cioè di cooperazione tra territori, coinvolgendo la comunità immigrata, o parte di essa, ed i soggetti attivi e interessati delle due realtà collegate dall’emigrazione, ai fini dello sviluppo. Le esperienze di questi anni recenti dimostrano che, di fronte a uno scarso attivismo delle associazioni degli immigrati, sono le diaspore più dinamiche ad essere riuscite a stabilire costruttivi rapporti con le istituzioni e altri soggetti del territorio. Sono, in particolare, quelle che hanno saputo rinnovarsi nella dirigenza e negli obiettivi, riuscendo ad integrarsi nella società di accoglienza e dunque arricchendosi di nuovi riferimenti identitari, costruendo relazioni, facendosi riconoscere e apprezzare, ma al contempo mantenendo profondi legami con il paese e le regioni di provenienza. Il caso della diaspora senegalese a Milano, Parigi e Ginevra è un interessante esempio di dinamismo transnazionale (J. Maggi, D. Sarr, E. Green, O. Sarrasin, A. Ferro, Migrations transnationales sénégalaises, intégration et développement, Université de Genève, 2013).

3. Co-sviluppo e integrazione. L’esperienza conferma la necessità di articolare le politiche di integrazione e di co-sviluppo. In alcune municipalità e regioni che hanno avviato percorsi di cooperazione internazionale insieme agli immigrati, i servizi preposti si sono sentiti sollecitati a confrontarsi e a definire, con rappresentanti della società civile, i reciproci spazi di competenza, identificandone i collegamenti, le sinergie e le politiche da mettere in atto. I processi di co-sviluppo richiedono infatti, per essere avviati, un adeguato grado di inclusione e di integrazione degli immigrati e delle loro associazioni. Una buona integrazione favorisce l’acquisizione di risorse e capacità per diventare attori di sviluppo sia qui che nei paesi di origine. Mentre il co-sviluppo, a sua volta, diventa motore di integrazione, migliorandola e rafforzandola all’interno delle diverse società e tra società di origine e di residenza. È bene notare come venga così superato sia l’approccio assimilazionista, tendente a recidere i legami con le proprie origini, sia quello del sostegno al ritorno volontario “a casa propria”. L’identità e i legami transnazionali – qua e là – rappresentano infatti un fattore determinante per il coinvolgimento attivo degli immigrati per il co-sviluppo (il discorso porta anche al tema della doppia cittadinanza, senza la quale i nuovi italiani rimarrebbero stranieri nella loro terra di origine, con difficoltà sia per un eventuale ritorno che per la realizzazione di investimenti).

4. I migranti come protagonisti dello sviluppo. In assenza di una politica governativa nazionale, il concetto di co-sviluppo è stato approfondito prevalentemente da Ong, altri attori della società civile, alcune associazioni imprenditoriali e istituzioni locali e regionali. È a livello territoriale che sono nate iniziative concrete, partendo dalle realtà associative immigrate, dal loro grado di integrazione economica e sociale, e favorite dalla prossimità degli attori coinvolti, dalla convergenza degli interessi generali. Una parte di esse è stata coordinata dall’OIM che nel 2001 ha lanciato la strategia Migration for Development in Africa (mida). La Cooperazione italiana del ministero degli Affari esteri ha sostenuto il programma mida Ghana-Senegal (A. Stocchiero, Iniziativa di partenariato per il co-sviluppo. Progetto mida Ghana-Senegal, Cespi, 2006).

Le iniziative territoriali sono state indirizzate a coinvolgere le diaspore negli interventi e investimenti produttivi nelle regioni di provenienza, in ambito sociosanitario, economico, educativo, agricolo, idrico, infrastrutturale, turistico; ad assicurare le condizioni per crearvi attività redditizie e piccole imprese; a offrire formazione e accompagnamento sia qui che nei paesi di origine; a coinvolgere istituti bancari e finanziari per una virtuosa canalizzazione delle rimesse.

Va evidenziato anche il sostegno dei paesi di provenienza al protagonismo dei loro emigrati, in particolare al fine della costituzione di imprese transnazionali. La conferenza medea (Milano, giugno 2013), sul co-sviluppo tra Milano e Marocco, ha presentato proposte concrete di  indirizzo, finanziamento e accompagnamento da parte marocchina.

5. Il ruolo delle pubbliche amministrazioni locali. È indubbiamente quello di promozione e di collegamento tra i diversi attori territoriali e con le amministrazioni dei paesi partner. Per poterlo fare, devono valutare l’interesse di un simile investimento politico, che deve essere di lunga durata e portare benefici al proprio territorio oltre a quello originario degli immigrati. Le esperienze di cooperazione “decentrata” di questi anni hanno anche evidenziato limiti e debolezze delle istituzioni in entrambi i territoriali partner, con inadeguatezza delle amministrazioni e del loro personale.

Alcuni interventi sono stati avviati senza una reale conoscenza dei bisogni e senza valutarne gli effetti, risultando quindi occasionali, al di fuori del contesto di co-sviluppo e di programmi verificabili, e quindi senza garanzia di continuità.

Spetta alle amministrazioni territoriali sviluppare e sostenere le relazioni con le istituzioni dei paesi partner, sostenere la pluralità degli attori del territorio, collegare le politiche di immigrazione e integrazione con quelle di co-sviluppo. Non si tratta di individuare “un” progetto (questo è un po’ il limite odierno) ma di costruire un processo bilaterale duraturo e costante: disegnare, cioè, un insieme di relazioni e di attività rispondenti ad un interesse definito e a criteri di reciproca utilità, coordinate e coerenti, senza sterili frammentazioni.

6. Politiche e normative per il co-sviluppo. Già si è detto della necessità di rendere coerenti le politiche dell’immigrazione con quelle della cooperazione internazionale allo sviluppo, in un’ottica lungimirante e di interesse nazionale. La scarsa considerazione dei paesi da cui provengono gli immigrati, la rappresentazione ancora poco benevola dell’immigrazione (nonostante i lodevoli sforzi governativi, con la nomina di un ministro per l’integrazione), il disconoscimento del possibile ruolo delle diaspore per il co-sviluppo, sono purtroppo segnali che contraddicono l’interesse nazionale. Esso passa, infatti, anche dalla pluralità e positività dei rapporti con questi paesi (che sono in gran parte appena al di là del Mediterraneo o in regioni in cui l’Italia è direttamente impegnata con importanti aiuti e iniziative politiche), dalla positiva e attiva integrazione degli immigrati e dal riconoscimento delle loro competenze e capacità. Dovranno quindi essere gradualmente approfondite e rivisitate le normative in materia di integrazione, di riconoscimento dei titoli di studio, di rapporto con le associazioni di immigrati, di migrazione circolare e quindi di possibilità di ritorni in patria e di nuovi ingressi regolari in Italia, di doppia cittadinanza. Dovrà anche essere riconosciuta, nella nuova legge sulla cooperazione, la soggettività e l’iniziativa degli immigrati e delle loro associazioni per il co-sviluppo.

Conclusione. Verso una strategia più ambiziosa

A fianco dell’indubbia valutazione positiva di quanto fin qui realizzato, soprattutto per il carattere pionieristico delle strategie messe in atto, uno sguardo e una valutazione d’insieme sembrano suggerire ora un approccio più ambizioso. Pur rimanendo centrale il protagonismo e l’azione delle diaspore per l’avvio di partenariati transnazionali, le finalità e gli obiettivi del co-sviluppo dovrebbero ampliarsi all’intera dimensione territoriale e riuscire a coinvolgere tutti gli attori interessati.

Istituzioni, Ong, organizzazioni sociali, imprenditoriali, sindacali e professionali, reti di imprese (in particolare imprese sociali, pmi e artigianato), università, camere di commercio, istituti di credito possono trovare, insieme alle diaspore, una comune tensione per la crescita sociale, culturale e economica delle loro realtà di origine, ma anche per lo sviluppo di sinergie tra i due territori, negli specifici settori di competenza, ad interesse e beneficio reciproco. Il transnazionalismo degli immigrati come occasione per un transnazionalismo dei Territori.

Alla dimensione solidaristica dovrà affiancarsi, in modo crescente, quella dell’interesse, non chiuso, non egoistico, ma reale, allettante e reciproco. Una visione che colleghi pubblico e privato, conservi e valorizzi gli spazi del non profit ma, al contempo, dia ampio spazio alle realtà economiche for profit. Procedendo, però, secondo i principi e l’etica della cooperazione allo sviluppo, del partenariato, della pari dignità, dei diritti umani, della giustizia, del reciproco sostegno e aiuto; anche l’impresa dovrà vivere, con ancora maggiore impegno, la propria responsabilità sociale, conciliando gli obiettivi economici con quelli sociali e ambientali.

Di solito, ampliando attori, finalità e obiettivi si rischia di perdere il senso del cammino avviato. In questo caso la visione e la strategia di co-sviluppo, coinvolgente il massimo di soggetti interessati nei due territori, è invece funzionale, a nostro avviso, al rafforzamento del senso pieno di questo approccio e della sua sostenibilità nel futuro, evitando il rischio di cadere in sporadici fuochi di paglia, senza garanzie di continuità e senza reali benefici. Una pista da studiare, approfondire e iniziare a realizzare.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.