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30 Apr 2020

RELIGIONI ABRAMITICHE E COVID-19. Decidere insieme la riapertura al culto pubblico

 

Già molto è stato detto sul “dovere di assicurare l’esercizio della libertà di culto pubblico” in tempo di covid-19 e sull’abolizione delle restrizioni adottate da ben nove settimane per le celebrazioni pubbliche della messa, l’amministrazione dei sacramenti, la vita liturgica. E’ stata annunciata un’ipotesi per fine maggio ma, in particolare dopo le prese di posizione della CEI, della Federazione delle Chiese evangeliche e del Rabbino capo di Roma, si sta pensando ora di anticipare. I vescovi evidenziavano che “l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale”, senza doversi limitare quindi alla preghiera ed alla sorgente della Parola, il Vangelo e le Scritture.

La mia prima reazione è stata duplice: da una parte mi sembrava che al problema fosse possibile una soluzione di buon senso, ritenendo che anche in chiesa o in sinagoga si possano applicare le misure di sicurezza e le restrizioni adottate per altri spazi pubblici, rimanendo dubbioso solo sulla condivisione dell’Eucaristia, dall’altra di meraviglia perché in questione non mi pare essere la “libertà di culto” ma piuttosto la “libertà di assembramento in luoghi di culto”. L’avvio del mese di Ramadan, sacro per i musulmani, mi ha suscitato ulteriori riflessioni che penso valga la pena prendere in considerazione.

Sono circa 1.500.000 i musulmani in Italia, il 2,5 % della popolazione. Durante questo periodo i fedeli digiunano dall’alba al tramonto e sono invitati alla recita di preghiere, ad azioni di beneficenza e alla pratica dell’autodisciplina. Il digiuno viene interrotto dopo la preghiera del tramonto con qualche dattero e un po’ d’acqua e più tardi con il pasto serale, l’iftar, che, legato alla preghiera della sera è un atto di celebrazione comunitaria nel migliaio di moschee e luoghi di preghiera attualmente disseminate su tutto il territorio italiano.

Il covid-19 ha, per la prima volta anche nella storia dell’islam, stravolto l’esercizio del culto e dei riti. L’Organizzazione mondiale della sanità ha fornito una guida agli 1,8 miliardi di musulmani nel mondo per affrontare il coronavirus durante questo mese. Ma fin dai primi giorni di marzo 2020 la Grande moschea di Roma, l’Unione delle comunità islamiche d’Italia (UCOII) e la Comunità religiosa islamica italiana (COREIS) hanno adottato le indicazioni degli ulema, teologi e giureconsulti, a tutti i musulmani di oriente e di occidente di eseguire le nuove normative imposte dalle autorità locali. “È inammissibile secondo la legge sacra ignorare tali direttive e misure in qualsiasi circostanza”.

L’eventuale apertura in tempi ravvicinati agli assembramenti liturgici dovrà riguardare i fedeli di religione cristiana, ebraica e islamica, consapevoli che la relativa decisone politica potrebbe oltrepassare il problema dei contagi e trasformarsi in malvagia strumentalizzazione per rendere ancora più duro lo scontro politico, di cui non abbiamo certo bisogno in questa fase. Le cieche politiche adottate a lungo in Italia, con partiti politici in aperto contrasto alla libertà di culto per i musulmani residenti e con istituzioni regionali che hanno impedito la regolare edificazione di moschee, ha favorito il proliferare di più di un migliaio di luoghi di culto disseminati su tutto il territorio nazionale. Si tratta spesso di appartamenti privati, negozi, garage, magazzini, scantinati adattati. Le concessioni per le moschee non hanno seguito una strategia nazionale ma disposizioni e soprattutto restrizioni regionali. Il vuoto legislativo che non ha permesso l’emersione di luoghi istituzionali, ha costretto i musulmani a pregare dove possono, in luoghi non visibili né facilmente controllabili sotto il profilo igienico sanitario e della prevenzione del contagio, nonostante le già severe prescrizioni rituali.

La preghiera, la rottura del digiuno e il pasto comunitario rientrano sia nella libertà di culto che di assembramento per lo svolgimento dei riti. Quando la riapertura sarà autorizzata, le moschee più grandi e comunque ben organizzate e conosciute possono senza alcun dubbio garantire la sicurezza richiesta; ma tale garanzia non può essere assicurata in molti altri luoghi dove piccole comunità si radunano per la preghiera e la rottura del digiuno ogni sera. Si tratta di molte decine di migliaia di fedeli in tutta Italia, lavoratori e lavoratrici che nel momento dell’assembramento potrebbero non potere rispettare le disposizioni stabilite e che la mattina dopo torneranno nei propri luoghi di lavoro o nell’assistenza famigliare: nelle case private, nelle pizzerie, nei mercati, in agricoltura, nell’edilizia e via dicendo, con probabili conseguenze non misurabili sulla diffusione del virus, trattandosi spesso di lavoro nero, senza garanzie e fuori controllo, che è anche il risultato della testarda opposizione a far emergere questi lavoratori ormai stabili in Italia, regolarizzando il loro status e permettendo una sana integrazione.

Come si potrà differenziare tra chiese, moschee e luoghi di culto idonei e non idonei?

Se ogni decisione che sarà assunta dal governo sulla libertà di assembramento religioso può diventare occasione di scontro politico e di becera strumentalizzazione per altri fini che nulla hanno a che vedere con il valore e l’esigenza dell’esercizio del culto delle fedi religiose, forse tocca alle stesse fedi, alle loro alte rappresentanze esprimersi in modo ponderato, solidale, conciliante e lungimirante.

Non sarebbe un potente gesto profetico se i rappresentati delle tre fedi abramitiche assumessero congiuntamente l’autonoma e libera decisione di rimandare al 25 di maggio, dopo la fine del Ramadan, la riapertura delle celebrazioni liturgiche? Ai cristiani sono costati i riti pasquali e la Pasqua, la festa più importante, vissuti in quarantena, segregati a causa del virus. Ai fedeli di religione ebraica è costato vivere allo stesso modo la festa di Pesach in ricordo della liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e l’esodo verso la terra promessa. Ai musulmani costa vivere il Ramadan nella chiusura di tutti i luoghi di preghiera e nell’isolamento in casa. Le stesse condizioni di sofferenza e rinuncia possono ora favorire una comune decisione di cristiani, ebrei e musulmani su quando iniziare a riprendere le funzioni religiose aperte alla partecipazione del pubblico.

Le incertezze ancora diffuse sull’estrema pericolosità del virus in particolare per persone anziane e più deboli, la poca differenza tra la prima metà e la seconda metà di maggio, il rischio di strumentalizzazioni politiche difficilmente gestibili, il segno di fratellanza tra religioni abramitiche che ne deriverebbe, possono rendere possibile questo ulteriore gesto di responsabilità e di amore per l’intera comunità italiana.

La fede unisce al divino incarnata nell’umano, nelle gioie e nelle sofferenze, nelle preoccupazioni. Ancora di più oggi, di fronte ad un virus sconosciuto e pericoloso, in particolare per i più deboli. Un sacrificio per il bene comune rafforza la fede delle comunità. Nel frattempo ci sarà modo di preparare, con le misure necessarie a permettere nella sicurezza la massima partecipazione alle celebrazioni liturgiche e di preghiera, le feste di Pentecoste, Ḥag ha-Shavuot, Id al-adha che seguiranno nei giorni e nelle settimane successivi e che quest’anno, dopo la doverosa quarantena, rimarranno feste indimenticabili.

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Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.