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14 Gen 2021

IL DOVERE DI PROTEGGERE GLI INTERPRETI AFGHANI

A rischio il destino degli interpreti afghani e di altri stretti collaboratori locali delle Forze Armate italiane in Afghanistan.

Grazie e buona fortuna: licenziati dai contingenti militari italiani in Afghanistan, a Herat, Farah, Kabul, senza protezione dalle possibili rappresaglie. La cinquantina di interpreti e collaboratori afghani ha chiesto garanzie per la propria incolumità, come d’altronde era stato assicurato. Gli interpreti, in particolare, sono i più preoccupati. La voce e le orecchie dei militari italiani: e per questo considerati da una parte dei Talebani come spie da sopprimere.

La protezione del proprio personale, italiano o di altre nazionalità, è un inderogabile dovere di ogni organizzazione, che sia civile o militare: un imperativo. Ho guidato per anni un’organizzazione umanitaria, operando in contesti di conflitto, entrando spesso in contrapposizione con le presenze militari definite dalla politica ipocritamente “umanitarie”; ma anche cercando di interloquire, nel corretto rapporto civile-militare, per salvaguardare lo spazio dell’azione umanitaria nelle aree più fragili e bisognose.

Trovo ora vergognoso questo abbandono a se stessi delle persone che più sono state vicine e indispensabili ai comandi militari italiani. È stato superiore agli 8 miliardi di euro il costo della missione militare italiana in Afghanistan dal 2001 (rispetto a circa un quindicesimo di tale cifra spesi per la cooperazione civile e la ricostruzione del paese). Che ora lo Stato italiano e il suo ministro della Difesa ritengano un peso eccessivo proteggere una cinquantina di collaboratori afghani con le loro famiglie è il segno della pochezza di visione e coerenza politica.

Accoglierli in Italia come più volte promesso sembrerebbe la prima soluzione, simile ad altre già attuate. Non dovrebbero esserci problemi di sicurezza, data la fiducia di cui tutti hanno goduto per anni e anni. Le testimonianze dell’abbandono a se stessi, anche qui in Italia, di interpreti afghani accolti nei recenti anni (abbandono che risulta uguale in Francia) fanno però sorgere seri dubbi sulla capacità dell’Italia di garantire dignità umana a questi arrivi. Anni di rifiuto di normare convenientemente il rifugio e la protezione umanitaria producono ora solo difficoltà, quando non vera e propria emarginazione e disperazione; e potrebbe questa essere l’occasione per una revisione normativa seria e condivisa: c’è da sperarlo. Accogliere deve anche significare garantire un futuro dignitoso.

Un’altra ipotesi potrebbe essere il sostegno per alcuni anni (reale, non verbale: sia con accordi politici che finanziariamente) all’inserimento in altri paesi di loro scelta, in particolare dell’area asiatica o mediorientale.

L’alternativa potrebbe essere l’impegno, negli accordi che si stanno definendo con i leader Talebani, della garanzia di incolumità e di piena cittadinanza a coloro che hanno avuto rapporti di lavoro con il contingente militare italiano e gli altri. Ma non è tra le priorità.

In ogni caso una soluzione dignitosa deve essere trovata. Ora, a breve, prima di qualsiasi lettera di licenziamento. Comunque la si pensi sull’operazione militare in Afghanistan, si tratta di persone, di collaboratori che hanno servito l’istituzione italiana delle Forze Armate e che non possono essere abbandonati a se stessi, traditi nel momento stesso in cui c’è chi li considera traditori in Afghanistan.

Su IL GIORNALE, Domenica 17 Gennaio 2021

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.