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24 Feb 2015

IL SETTORE PRIVATO PROFIT NELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ALLO SVILUPPO

IL SETTORE PRIVATO PROFIT NELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE ALLO SVILUPPO

Seminario di riflessione organizzato da LINK 2007 il 4 Febbraio 2015,

Sala Francesca Onofri, Direzione Generale Cooperazione allo Sviluppo (DGCS), MAECI

Il Seminario è stato preceduto dall’elaborazione e dalla diffusione, da parte di LINK 2007, di due documenti:

“Cooperazione allo sviluppo. Imprese e diritti umani, responsabilità sociale e responsabilità ambientale”  (allegato)

“Il potenziale ruolo del settore privato nelle strategie di cooperazione internazionale: spunti di riflessione e proposte di approfondimento”  (allegato)

 

 PRINCIPALI RACCOMANDAZIONI EMERSE

  1. Riferirsi sempre alle finalità della cooperazione allo sviluppo, senza ambiguità. Tutti i soggetti, pubblici e privati, devono tenere sempre presente che le attività di cooperazione internazionale allo sviluppo (CS) hanno precise finalità e obiettivi di lotta alla povertà e alle iniquità, per uno sviluppo umano, sostenibile e diffuso, la costruzione di partenariati e il consolidamento della pace. Ogni altro legittimo obiettivo (profitto, internalizzazione, investimenti) deve rimanere subalterno e funzionale a tali finalità. Gli strumenti di sostegno all’internazionalizzazione sono altri e andrebbero utilizzati al meglio senza confusione con gli strumenti della CS. La coniugazione della logica dell’investimento con quella della lotta alla povertà e il blending di strumenti finanziari diversi (dono, credito) richiedono un’attenta regia politica e strategica in grado di assicurare che siano sempre perseguite le finalità proprie della cooperazione allo sviluppo.
  2. Assicurare la coerenza delle politiche ai fini dello sviluppo. Il MAECI dovrà fare pressione nel Comitato interministeriale per la CS perché siano definite politiche governative coerenti con le finalità dello sviluppo e siano corrette quelle discordanti. Il Consiglio Nazionale (CN) e i soggetti in esso rappresentati dovranno adoperarsi perché ciò avvenga.
  3. Recepire le Linee guida OCSE. Il ruolo dei soggetti privati profit nella CS può essere rilevante e perfino indispensabile (imprenditoria locale, nuove produzioni e tecnologie, infrastrutture, servizi, posti di lavoro e occupazione stabile – basti pensare che nel 2050 la sola Africa sub sahariana potrebbe avere 800 milioni di persone in età lavorativa, implementazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile che L’ONU si appresta a definire). Le imprese devono agire sul modello dell’inclusive business, in conformità ai principi sanciti dalla legge e agli standard adottati a livello internazionale sulla responsabilità sociale, ambientale e sui diritti umani. Le linee guida OCSE per le imprese multinazionali (intese in senso ampio, indipendentemente dalla loro dimensione e dalla tipologia degli investimenti) sono il più diffuso e preciso riferimento adottato dai paesi OCSE-DAC, compresa l’Italia, e sono calibrabili in base alle differenti realtà imprenditoriali. Esse facilitano inoltre la valutazione dell’impatto sociale delle attività realizzate e favoriscono, rafforzandolo, il dialogo sociale ai fini della tutela dei lavoratori, l’attenzione alle comunità, la stessa governance pubblica (fiscalità e redistribuzione, lotta alla corruzione, corretta concorrenza, ownwership democratica ecc.).
  4. Adottare una visione di sistema tra pubblico e privato, Ong e imprese, con particolare riferimento alle PMI. Utile blending di competenze, interessi e valori, senza confusione di ruoli: ognuno con le proprie specificità istituzionali e le proprie idealità, in una comune tensione alle finalità e al raggiungimento degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo. Ripetere regolarmente incontri informali di conoscenza e approfondimento, mettendo a fuoco tematiche specifiche e migliorando le capacità di accesso agli strumenti e ai fondi europei e internazionali per la CS.
  5. Rafforzare la presenza dell’Italia nelle sedi di concertazione europee e internazionali. L’Italia è poco presente nei luoghi di definizione delle decisioni. Scarsità di fondi e di personale ma anche poca attenzione politica. Una divisione di compiti tra ministeri, settoriale e per competenze, potrebbe nell’immediato coprire alcune necessità relative alla CS in ambito UE, nell’attesa di decisioni in merito che non possono più essere rimandate.
  6. Assicurare aumento e prevedibilità delle risorse, tramite meccanismi pluriennali certi. Pur auspicando la necessaria complementarietà tra risorse pubbliche e private (valorizzando il carattere addizionale di queste ultime) e tra lo strumento del dono e del credito nelle varie forme nazionali, europee e internazionali di finanziamento della CS (quali la cooperazione UE delegata agli Stati membri e i trust funds delle Agenzie finanziarie internazionali), è indispensabile che l’Italia concretizzi la disposizione legislativa del graduale aumento delle risorse per la CS, anche in adempimento degli impegni assunti a livello UE, con l’indispensabile prevedibilità pluriennale, non vincolata alle singole leggi di stabilità, la fine di permettere impegni sicuri e attrazione di nuove altre risorse.
  7. Rafforzare l’utilizzo della cooperazione UE delegata, meccanismo tramite il quale gli Stati membri agiscono nella cooperazione allo sviluppo per conto della Commissione Europea, sia a livello settoriale che di aree geografiche. La nuova legge può fungere da strumento catalizzatore di funzionali partenariati pubblico–privato e profitnon profit tramite i quali rafforzare la capacità del ‘sistema Italia’ di competere a livello europeo e accrescere il suo peso nella cooperazione delegata.

SINTESI DEGLI INTERVENTI e LISTA DEI PARTECIPANTI    (allegato)           

 

Allegati

LINK 2007. COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO. IMPRESE E DIRITTI UMANI, RESPONSABILITÀ SOCIALE E RESPONSABILITÀ AMBIENTALE

LINK 2007. IL POTENZIALE RUOLO DEL SETTORE PRIVATO NELLE STRATEGIE DI COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

PROFIT E COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO. SINTESI DEGLI INTERVENTI E LISTA DEI PARTECIPANTI (Seminario 4.2.2015)

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.