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10 Gen 2021

MILANO – CITTADINI IMMIGRATI O DI ORIGINE STRANIERA. DATI E LINEE DI INTERVENTO

L’analisi dei dati facilita la lettura della realtà e consente di correggere percezioni errate e contrastare false informazioni create ad arte. Questa nota parte quindi da alcuni dati, ai livelli regionale, della città metropolitana, del comune di Milano. Alcune ipotesi di linee di intervento per migliorare l’inclusione, la valorizzazione, l’interazione e l’integrazione dei cittadini di origine straniera sono proposte alla fine della nota. Si tratta di semplici punti di discussione e valutazione da confrontare con la realtà milanese colpita dalla pandemia e gli interventi già in atto da parte dell’amministrazione e dei soggetti della società civile.

La nota riporta vari grafici: è quindi allegata nella sua interezza in calce.  Qui sono riprese alcune considerazioni e alcuni punti per l’approfondimento.

     ALCUNE BREVI CONSIDERAZIONI

I cittadini non comunitari rappresentano il 12,1% della popolazione residente nell’area metropolitana di Milano (gennaio 2019), un dato in leggera crescita rispetto all’anno precedente e che conferma la prima posizione dell’area milanese tra le Città metropolitane per incidenza della popolazione non comunitaria (l’incidenza della popolazione straniera complessivamente considerata sul complesso della popolazione residente sale al 14,5%). Sono 45 i comuni dell’area che superano il 7% di residenti non comunitari e 17 quelli che fanno registrare un’incidenza uguale o superiore al 10%: il comune di Milano risulta terzo con il 17,2% di residenti proveniente da Paesi Terzi, un’incidenza inferiore solamente a Pioltello e Baranzate, che fanno registrare rispettivamente il 20,3% e il 29,3%.

Le tabelle precedenti indicano le nazionalità più rappresentate. Nel comune di Milano la nazionalità filippina rappresenta il 14,9% delle presenze (il 25% dei filippini regolarmente soggiornanti in Italia). L’egiziana il 14,6% (quasi il 50% dei cittadini egiziani regolari in Italia). La cinese l’11,6% (il 14% dei cittadini cinesi regolarmente registrati). È da notare che gli africani sub sahariani sono percentualmente poco rappresentati.

Si rileva un equilibrio di genere, grazie al bilanciamento tra comunità a netta prevalenza maschile, come l’egiziana e la pakistana, e comunità maggiormente connotate al femminile, come l’ucraina, la peruviana e la filippina.

Gli alunni (infanzia-secondaria) di cittadinanza non comunitaria nella città metropolitana sono  92.104, il 16,3% del totale degli alunni. Il 7,2% delle scuole non ha alcun alunno extra Ue, il 58% una percentuale inferiore al 15%, nel 20,3% dei casi l’incidenza è compresa tra il 15% e il 30%, nel 6,2% tra il 30% e il 40% e solo nel 6,6% delle scuole si supera il 40%.

Il sistema di accoglienza e integrazione (rete Sprar/Siproimi) dei titolari di protezione internazionale e dei minori stranieri non accompagnati, MSNA, nel 2019 ha messo a disposizione 572 posti di accoglienza: 414 ordinari, 150 per MSNA, 8 per persone con disagio mentale/disabilità (39.000 in tutta Italia). Per i MSNA esiste un problema di passaggio dalla minore età, pienamente tutelata, a quella maggiore, pur essendo prevista la prosecuzione della presa in carico fino al 21 anno se utile al completamento del percorso di acquisizione dell’autonomia.

Milano metropolitana è una città con molti alunni stranieri nelle scuole, in termini assoluti la più alta presenza in Italia: circa 90.000. Come per la composizione in generale, troviamo una distribuzione con estremi opposti. Da una parte 7,3% delle scuole non ha alcun alunno proveniente da paesi extra UE, dall’altra in 6% di istituti la presenza supera il 40%. Nel mezzo, il 60,8% delle scuole ne raccoglie meno del 15%. Vi sono poi 507 scuole (20,6%) con una percentuale di iscritti tra il 15% e il 30% e 130 scuole (5,3%) con una percentuale tra il 30% e il 40%.

Diminuisce la quota relativa ai permessi di lavoro, che passa dal 43,5% al 39,7%, mentre aumentano i permessi per motivi familiari (da 42,8% al 44,6%), quelli per studio (dal 4,8% al 5,2%) e soprattutto quelli per motivi umanitari (+22% nel 2018).

I tirocini extracurricolari (tra 4 e 12 mesi) che la Città metropolitana di Milano ha attivato nel 2019 a favore dei cittadini non comunitari al fine dell’acquisizione di competenze e conoscenze per favorire l’inserimento lavorativo sono stati 3.419, in maggioranza (69,4%) nell’ambito di “altre attività nei servizi”, nel settore relativo a “commercio e riparazioni” (17,1%), nell’”industria in senso stretto” (9,7%). L’incidenza femminile media del 43,5%, con tirocini in particolare in “altre attività nei servizi” (46%), “commercio e riparazioni” (44,4%), “industria in senso stretto” (37,5%), “costruzioni” (14,1%), “agricoltura” (6,9%). Le qualifiche più numerose sono state: addetti nelle attività di ristorazione, personale nei servizi di pulizia di uffici, alberghi, ristoranti, aree pubbliche e veicoli, addetti alle vendite, impiegati per segreteria e affari generali,  specialisti in scienze matematiche, informatiche, chimiche, fisiche e naturali, impiegati addetti alla logistica, specialisti delle scienze gestionali, commerciali e bancarie, tecnici dei rapporti con i mercati, impiegati addetti all’accoglienza e all’informazione della clientela, personale addetto allo spostamento e alla consegna merci.

L’analisi dei dati disponibili fa emergere un quadro piuttosto positivo dell’integrazione della popolazione straniera non comunitaria nel mercato del lavoro, con un tasso di occupazione del 69,8% a fronte di una media nazionale del 60,1%. Milano si posiziona al primo posto per livelli occupazionali dei cittadini extra UE.

La città metropolitana di Milano è un luogo in cui gli stranieri tendono a mettere radici. Nonostante la complessità e la varietà delle presenze, nonostante i casi estremi e le questioni contingenti, i numeri raccontano un territorio in cui gli immigrati studiano, lavorano, investono per il futuro. L’elevato numero di permessi di soggiorno non soggetti a rinnovo, la significativa presenza di minori e famiglie, il gran numero di alunni nelle scuole, l’alto tasso di occupazione e il numero di imprese a guida straniera sono indicatori che parlano chiaro.

Secondo il “Rapporto 2019 Città metropolitana di Milano” del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali che sviluppa e allarga questa analisi, tutti i principali indicatori del mercato del lavoro restituiscono il quadro di un’integrazione piuttosto positiva della popolazione straniera, in particolare di quella di cittadinanza non comunitaria nel mercato del lavoro milanese, insieme ad altre città metropolitane esaminate ma anche a differenza di molte altre situazioni urbane in Italia.

Questa “integrazione piuttosto positiva” deve però essere salvaguardata nei suoi aspetti positivi attraverso l’impegno istituzionale a livello centrale e decentrato, la valorizzazione del lavoro dei molti soggetti sociali e del Terzo Settore, la conoscenza e “l’incontro” reciproco con le comunità dell’immigrazione, dato anche il periodo di crisi e le possibili tensioni che possono derivarne. Per riuscirci, dovrà al contempo essere presidiata e fortificata, rafforzando la coesione e le relazioni sociali, inserendo qualificate rappresentanze del mondo dell’immigrazione nei luoghi decisionali, puntando in particolare sulle generazioni più giovani che si sentono milanesi e lo sono effettivamente e che guardano al loro futuro ed alla loro integrazione nella società milanese (tema legato a quello dell’acquisizione dell’acquisizione – ius culturae – della cittadinanza ).

L’Italia non ha mai riconosciuto la parte della Convenzione di Strasburgo del 1992 sulla partecipazione degli stranieri alla vita pubblica a livello locale (entrata in vigore il 1º maggio 1997). Al capitolo C (ancora non ratificato dall’Italia) l’articolo 6  stabilisce che ciascuna Parte si impegna a concedere il diritto di voto e di eleggibilità alle elezioni locali ad ogni residente straniero, a condizione che questi soddisfi alle stesse condizioni di quelle prescritte per i cittadini ed inoltre che abbia risieduto legalmente ed abitualmente nello Stato in questione nei cinque anni precedenti le elezioni. Una municipalità come Milano, insieme ad altre amministrazioni, potrebbe assumer un’iniziativa politica in tal senso.

La visione di una ”integrazione piuttosto positiva” deve però essere affiancata a quella delle diffuse povertà, delle permanenti povertà, delle crescenti povertà – che non toccano solo immigrati ma anche, per quasi una metà, gli stessi italiani – e che mettono in discussione il ‘modello Milano’.

Nel Rapporto Caritas 2020 su povertà ed esclusione sociale in Italia è ripresa a p. 50 una testimonianza di Caritas Milano: «In un processo di cambiamento, di accelerazioni di cambiamenti come questo, dobbiamo cercare di trovare le forme più profetiche, di stare vicino alle persone più in difficoltà e quindi dire concretamente su cosa… certamente bisogna fare quest’opera di discernimento. Rimango sempre agganciato alle tre novità che il Concilio ha dato: “Non fermarci agli effetti ma rimuovere le cause”, quindi domandarsi quali sono le cause strutturali che portano a queste situazioni di difficoltà; “Domandare per carità quello che è previsto per giustizia” e quindi tutto il tema della cittadinanza, tenendo presente che però abbiamo davanti molti cittadini che non hanno diritti o che non sono riconosciuti tali e molti non cittadini, pensiamo a tutti gli irregolari, a tutte le persone invisibili, gli scarti ecc.: e quindi c’è tutta un’opera di inclusione; poi “lavorare perché queste persone debbano e possano essere protagonisti dei loro percorsi di aiuto”».

Analogamente, Gad Lerner sottolinea sul Fatto Quotidiano «il dato di fatto che d’ora in poi Milano non potrà più permettersi d’ignorare: le sue nuove povertà sono direttamente figlie delle sue nuove ricchezze; cioè di un sistema che fino a ieri era in grado di tamponarle e occultarle, ma oggi non dispone più di un retrobottega abbastanza capienteCon la città nascosta dei nuovi poveri affiora la deriva dell’economia sommersa, del lavoro irregolare e intermittente, del part-time involontario femminile».

Dello stesso tenore Luciano Gualzetti, direttore della Caritas Ambrosiana:  «L’emergenza coronavirus ha mostrato quanto è diffuso il lavoro sommerso anche nel retrobottega della Milano delle eccellenze. In questi giorni agli Empori della Solidarietà si sono messe in coda centinaia di colf e badanti straniere ma anche italiane rimaste senza stipendio e senza tutele proprio perché lavoravano senza un contratto di assunzione».

     PUNTI PER L’APPROFONDIMENTO

Seguono alcune prime considerazioni e alcuni punti su cui porre attenzione, ancora senza un preciso ordine, per individuare significative aree di impegno sul tema migratorio nell’area milanese.

  1. “Il Comune di Milano promuove servizi e progetti a sostegno dell’inclusione e della coesione sociale, oltre le emergenze. Favorisce collaborazioni e sinergie sul tema della migrazione, mediante il costante raccordo con i vari attori istituzionali e con la rete cittadina degli attori locali per l’integrazione” (dal sito del Comune di Milano: area tematica immigrazione). Se le emergenze devono sempre continuare ad essere affrontate perché si tratta di persone con bisogni urgenti, l’inclusione, la coesione e l’integrazione dovrebbero diventare la principale tensione politica, adottando innovative forme di partecipazione e proposta. Andrebbe ampiamente programmato e razionalizzato anche l’utilizzo dei fondi europei, compresi quelli strutturali per la coesione (PON Città metropolitane).
  2. Il potenziale (talvolta molto elevato) di risorse personali e di competenze derivanti dall’esperienza migratoria, dalla cultura di origine o famigliare, dal superamento delle difficoltà e talvolta dal successo nell’inserimento, dovrebbe essere valorizzato e considerato una preziosa risorsa. La promozione dell’apprendimento della lingua italiana per favorire i processi di integrazione e consentire ai cittadini stranieri una piena cittadinanza sociale e politica è il primo e fondamentale passo.
  3. Lavoro sommerso. Esistono dati che qui non riprendo. A livello nazionale molti dei settori in cui si registra la più elevata presenza di immigrati coincidono con quelli in cui l’Istat stima la maggior incidenza di sommerso. Tre esempi: nelle costruzioni c’è il 16,6% di occupati stranieri e il 22,7% di sommerso stimato; negli alberghi e ristoranti, rispettivamente, il 18,5 e 23,7%; in agricoltura il 16,7% di addetti stranieri e il 16,4% di incidenza del lavoro nero. L’indagine Isfol “Il lavoro sommerso e irregolare degli stranieri in Italia” (2013) rileva che il 47,1% degli irregolari ha chiesto un contratto, ma se l’è visto negare, e che il 57,9% avrebbe paura di perdere il posto in caso di denunce.
  4. La messa in rete delle realtà del terzo settore e organizzazioni del mondo del lavoro potrebbe essere forse rafforzata: radicate nei singoli territori, possono intervenire a sostegno dell’inclusione socio-lavorativa di migranti, richiedenti asilo e beneficiari di protezione, creando sinergie, condividendo innovazioni e criticità da affrontare, interloquendo con le istituzioni. In ambito sindacale andrebbe forse rafforzata la capacità di fare rete dei Caf (“recentemente le persone sperimentavano lungaggini che portavano a tornare ai servizi Caritas: il rischio però è la percezione da parte di volontari e operatori Caritas di fare il lavoro del Caf”. Testimonianza Caritas Milano nel Rapporto Caritas 2020, p. 49)
  5. La costituzione di delegazioni “Consiglio comunale/Terzo Settore” (“Consiglio municipio/Terzo Settore”) nelle quali progettare e programmare interventi a livello cittadino e di municipi (la sentenza della Corte Costituzionale (n. 131, 8 luglio 2020) ha ribadito il dettato costituzionale (art. 118), così come articolato nel Codice del Terzo Settore all’art. 55, che impone alle amministrazioni pubbliche di assicurare “il coinvolgimento attivo degli ETS attraverso forme di co-programmazione e co-progettazione e accreditamento”).
  6. Ciò dovrebbe valere anche per il dialogo interreligioso, prevedendo anche occasioni di “aperture “culturali” di moschee, chiese e altri luoghi culto, ai fini della diffusione di una conoscenza corretta e del rispetto reciproci.
  7. Come vale per individuare la disponibilità di servizi essenziali in ogni quartiere (ad es. per potere fare una doccia (2 in tutta MI) o per i propri bisogni corporali), indispensabili, tra l’altro, per ogni persona in situazione di necessità temporanea o prolungata.
  8. A parte specifiche emergenze, gli interventi a favore degli immigrati residenti andrebbero inseriti nel più ampio contesto dei bisogni della cittadinanza, senza considerarli “a parte”. Non sarebbe accettato da buona parte dei cittadini, specie in momenti di contrazione e difficoltà economiche, e non corrisponde ad una realtà con “un’integrazione piuttosto positiva”, come evidenziato sopra.
  9. In un contesto di crisi economica, di forte diminuzione delle risorse a disposizione e di conseguente diffusa intolleranza verso l’“altro” vissuto, o fatto intenzionalmente vivere, come estraneo e portatore di ulteriore impoverimento, è imprescindibile un costante investimento sul piano culturale, che favorisca l’interiorizzazione dell’immigrazione e dell’inclusione degli stranieri come risorsa suscettibile, nel medio e lungo termine, di arricchire il contesto d’accoglienza.
  10. Contrasto alla discriminazione e a ogni forma di razzismo. Già molte associazioni – alcune co-promotrici dell’Help center anti discriminazione della Casa dei diritti – sono attivamente impegnate con attività di ascolto, tutela, consulenza legale, orientamento, sostegno, educazione, denuncia. Tra le persone più colpite le “invisibili”: homeless, stranieri e italiani, ma anche comunità rom e sinti che vivono in stato di emarginazione sociale.
  11. Consiglio Territoriale per l’immigrazione. Sarebbe da valorizzare maggiormente ai fini dell’inclusione. È un organismo collegiale, presieduto dal Prefetto e composto da rappresentanti delle competenti amministrazioni locali dello stato, della regione, degli enti locali, della camera di commercio, degli enti localmente attivi nell’assistenza agli immigrati, delle organizzazioni dei lavoratori, dei datori di lavoro e dei lavoratori extracomunitari. Ha il compito di monitorare la presenza degli stranieri e il grado di capacità del territorio di assorbire i flussi migratori. Promuove iniziative di integrazione, formula proposte al Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione dell’Interno per risolve problemi evidenziatisi localmente.
  12. Relazioni internazionali e co-sviluppo. Ci sono ormai le condizioni per valorizzazione le comunità di immigrati organizzate, inseriti e riconosciute nelle nostre realtà regionali e territoriali, quella milanese in particolare, dove sono integrate partecipando alla vita cittadina e mantenendo legami stretti con le comunità di origine. Queste realtà diasporiche mostrano spesso una spiccata iniziativa imprenditoriale investendo nelle due realtà, sia qui in Italia che nei propri territori di origine. Il loro trans-nazionalismo e trans-localismo li fa sentire pienamente qui e lì, rappresentando così un potenziale fattore di collaborazioni e co-sviluppo a livello territoriale. Questa presenza transnazionale potrebbe infatti favorire e facilitare accordi quadro di partenariato tra le due amministrazioni territoriali, da cui potrebbero derivare specifici accordi di cooperazione coinvolgenti le realtà economiche, culturali, imprenditoriali, sociali, a reciproco beneficio.
  13. Un punto nuovo va ora aggiunto: quello relativo alla pandemia Covid 19, alle sue conseguenze ed alle nuove difficoltà che si aggiungono a quelle già esistenti, a cui Milano nel suo insieme deve trovare nuove modalità di risposta. “Si prevedono delle ricadute economiche, di cui si è già avuto un accenno nei mesi di chiusura, e che sicuramente nei prossimi mesi aumenteranno, soprattutto per quelle persone che avevano un lavoro precario o senza contratto. Si prevede, inoltre, un incremento delle disuguaglianze. Di fronte a tali problemi vengono indicate come soluzioni il lavoro di rete, il miglioramento organizzativo, il coinvolgimento dei giovani, la necessità della formazione che prepari volontari competenti anche dal punto di vista tecnico, come efficacemente sintetizzato dalla seguente risposta: “Ci sarà un aumento dei bisogni cui dovrà corrispondere una riprogettazione degli interventi per accompagnare le persone; trovare le modalità di fare rete con il comune; potenziare la formazione degli operatori sia tecnica che motivazionale” (Caritas ambrosiana, “La povertà nella diocesi ambrosiana”, Ottobre 2020). E il direttore Gualzetti: “«Dopo quella del 2008, le cui conseguenze sono ancora visibili, questa nuova crisi sta mostrando l’estrema fragilità del nostro sistema economico e sociale. Da anni accettiamo passivamente la presenza di sacche di marginalità e povertà nei nostri territori e diamo per scontato che lo sviluppo abbia come inevitabile corollario la precarietà e l’assenza di diritti e tutele. Se vogliamo andare avanti senza lasciare indietro nessuno non potremo più accettarlo».

Qui l’intera nota con le tabelle, in pdf:

CITTADINI CON BACKGROUND MIGRATORIO IN MILANO    

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.