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22 Mag 2014

UNA FORTE COOPERAZIONE INTERNAZIONALE PER GOVERNARE GLI SCONVOLGIMENTI DEI PROSSIMI DECENNI.

Una banca per la cooperazione allo sviluppo? Un’istituzione finanziaria specializzata per meglio amministrare, monitorare ed accrescere le risorse finanziarie e gli investimenti privati nell’ambito della cooperazione internazionale dell’Italia?  Se si tratta di uno strumento per lo sviluppo sostenibile e la lotta alla povertà, in sinergia con gli altri strumenti e capace di potenziarli, ben venga. I tempi sono maturi e le esigenze evidenti.

L’articolo di Emilio Ciarlo su Vita.it del 16 maggio scorso merita di essere ripreso e approfondito. La cooperazione internazionale allo sviluppo sta infatti assumendo una crescente e fondamentale importanza strategica per il futuro del mondo e il nostro stesso futuro. Il ricco confronto e gli approfondimenti che hanno portato al nuovo disegno di legge, agli emendamenti migliorativi dei senatori e ad una previsione di ulteriori perfezionamenti nel passaggio alla Camera, si inseriscono nel più ampio dibattito internazionale e nella valutazione delle politiche, della gestione, degli strumenti adottati e dei risultati ottenuti nei decenni passati. La via da seguire è dunque, nelle grandi linee, tracciata. Cercherò qui di motivare le affermazioni iniziali, con qualche riga in più di quanto normalmente accettato nei siti web e con lo sguardo ad alcuni dei grandi cambiamenti che sconvolgeranno anche noi, la nostra Europa, le nostre sicurezze, l’economia, la società, le relazioni internazionali se non governati con intelligenza e lungimiranza, come possiamo e dobbiamo fare.

La proposta di una banca per la cooperazione allo sviluppo non è nuova. A livello internazionale già esistono banche di sviluppo. Esse costituiscono i più rilevanti meccanismi multilaterali di aiuto pubblico e concedono prestiti destinati a finanziare progetti di sviluppo a condizioni più o meno agevolate. Per citarne alcune, la banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo indirizzata ai paesi in transizione, la banca asiatica di sviluppo, quella interamericana, quella africana, la banca araba per lo sviluppo dell’Africa … mentre da alcuni anni è stata riproposta la nascita della banca euro-mediterranea di sviluppo, che speriamo possa trovare attuazione. A livello dei singoli paesi europei, la più conosciuta è la banca tedesca per lo sviluppo. Ma interessante è anche la variante francese con l’Agenzia per lo sviluppo a duplice funzione: di agenzia esecutiva e di istituzione finanziaria (con anche partecipazione di capitale privato del Nord e del Sud). Mentre il Regno Unito, data la sua consistente struttura e gli efficaci strumenti attuativi, non ne sente la necessità, ricorrendo, quando necessario, alle agenzie finanziarie multilaterali.

In Italia, potrebbe essere uno strumento molto utile a supporto ed integrazione della futura Agenzia per la cooperazione allo sviluppo. Più che la creazione di una banca per lo sviluppo sarebbe più adeguato ed immediatamente efficace un dipartimento indipendente di un’istituzione finanziaria a controllo pubblico già esistente e funzionante. L’ipotesi, suggerita da Ciarlo, della Cassa Depositi e Prestiti, con le ingenti somme finanziarie gestite, la dimostrata capacità di mobilitare risorse finanziarie, anche collegandosi a fondi europei e internazionali, di creare partenariati tra pubblico e privato e nuovi strumenti finanziari per garantire le risorse necessarie al sistema produttivo, agli investimenti, allo sviluppo delle infrastrutture, al sostegno dell’economia e delle imprese, è senza dubbio convincente. Anche perché opera con orizzonti temporali più lunghi di quelli delle ordinarie programmazioni annuali o triennali. Oltre a rappresentare un indiscutibile sostegno alla futura Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, garantendo tempi certi per le risorse finanziarie e favorendo la partecipazione a bandi europei e internazionali, una simile istituzione potrebbe inoltre rappresentare il riferimento finanziario unico di tutte le risorse per la cooperazione allo sviluppo, attualmente parcellizzate nei bilanci di più ministeri e talvolta difficilmente identificabili. Tale razionalizzazione assicurerebbe al contempo maggiore chiarezza e trasparenza.

Si tratta di una scelta che permette di coinvolgere nella cooperazione allo sviluppo, molto più e meglio del passato, il settore privato. Ma rappresenta anche una svolta che richiede, senza sconti, alle imprese una nuova mentalità e una esplicita e verificabile volontà di indirizzarsi su finalità che non siano circoscritte al solo lucro oppure all’affare da cui trarre il massimo profitto, senza curarsi degli obiettivi e delle finalità degli interventi; come è capitato negli anni ’80, sprecando quel momento straordinario che ha visto gli stanziamenti italiani per la cooperazione raggiungere lo 0,45% del Pil. Nel Dna delle imprese che partecipano ai programmi di sviluppo deve cioè entrare la primaria e ineludibile finalità dello sviluppo sostenibile e partecipato, del rapporto di partenariato e del massimo coinvolgimento dei partner, del reciproco interesse, dell’attenzione al vantaggio collettivo, al benessere sociale, alla tutela e valorizzazione dell’ambiente, alla salvaguardia dei diritti umani, alle pari opportunità, alla dignità della persona.

La cooperazione allo sviluppo deve divenire centrale nelle scelte politiche del nostro paese e dell’Europa. Amiamo ripetere che il mondo è cambiato e che occorre una diversa cooperazione. Da tempo le Ong si sono pronunciate in merito, pubblicamente, e molte delle loro proposte sono ora riprese a livello parlamentare. Mettere in evidenza alcuni esempi di questo cambiamento, che diventerà dirompente negli anni futuri, può aiutare la nostra riflessione e quella dei decisori politici.

Prendiamo il continente africano, quello più vicino a noi, pur consapevoli che rappresenta solo una parte di questi mutamenti epocali. Nel prossimi 35 anni, ci confermano gli studi della Population Division del Dipartimento degli affari economici e sociali delle Nazioni Unite, pubblicati nel Word Population Prospect (2013), la popolazione africana passerà dagli attuali 1,1 miliardi di persone a 2,4 miliardi, concentrando nel continente la metà della crescita mondiale. Mentre in Asia, l’India supererà gli abitanti della Cina. Sono dati che già tengono conto dei fattori di denatalità nei prossimi decenni. Nel 2050 i dieci Stati più giovani del mondo saranno africani, con età media intorno ai 20 anni. La Nigeria sarà il terzo paese più popoloso, superando gli Stati Uniti; l’Etiopia arriverà a 188 milioni e Congo, Tanzania e Egitto supereranno, insieme, i 400 milioni. La demografia europea, d’altro canto, è sotto la media richiesta dal pieno ricambio generazionale ed è previsto un calo demografico di circa 90 milioni per il 2050 con una carenza di 48 milioni di lavoratori, dato anche l’invecchiamento della popolazione. Con l’aumento della speranza di vita cresceranno le persone sopra i 65 anni: ovunque, ma in particolare nell’Unione europea, dove si andrà restringendo l’attuale rapporto di 9 attivi ogni anziano, fino a giungere nel 2050 a un rapporto di 4 a 1. L’Africa giocherà quindi un ruolo centrale nella distribuzione della popolazione mondiale in questo secolo.

Dobbiamo renderci conto che ci saranno sconvolgimenti nell’economia e nelle relazioni internazionali che non possono più essere sottaciuti; e dobbiamo prepararci a farvi fronte, cercando di governarli al meglio, cogliendo, in tempo utile, le opportunità che si presentano. I dati sopra esposti dimostrano che Europa e Africa hanno fin d’ora bisogni complementari, checché ne pensi certa propaganda politica di corto respiro, rozza e brutalmente ingannevole, perché impedisce di guardare la realtà per affrontarla in tempo e governarla.

Nel 2050 l’Africa avrà più che raddoppiato la popolazione attiva, quella tra i 14 e i 65 anni, determinando un bacino di circa 800 milioni di persone in età lavorativa. Nonostante la crescita economica, mediamente pari al 5-6% annuo del Pil e nonostante il corrispondente significativo aumento dell’occupazione, il 60-70% di questi 800 milioni di persone attive permarrà alla ricerca, talvolta disperata, di un lavoro o di una sua maggiore stabilizzazione e qualificazione. E ciò in paesi in cui permangono ampie sacche di povertà e ove si vive con meno di due dollari al giorno.

L’Africa deve quindi offrire nuove opportunità di lavoro in modo diffuso. Se non riesce, la migrazione di decine, forse centinaia di milioni di persone verso paesi africani economicamente più forti o verso l’Europa sarà – come già in parte lo è – inevitabile. I dati relativi all’intero mondo non sono meno allarmanti: l’attuale popolazione di 7,2 miliardi passerà a 8,1 nel 2015 e a 9,6 nel 2050, con una sostanziale stabilizzazione dei paesi sviluppati su 1,3 miliardi e una crescita dei paesi poveri o in sviluppo dagli attuali 5,9 agli 8,2 miliardi di persone nel 2050. Non prendere in seria considerazione questi dati, sia in Italia che in Europa, è un incredibile sintomo di cecità e irresponsabilità.

Creare occupazione in Africa diventa una assoluta priorità. Per farlo, la cooperazione allo sviluppo può assumere un ruolo decisivo, coordinando le politiche europee e in sinergia con gli altri strumenti che saranno messi in atto. Alla dimensione fondamentale della solidarietà, della gratuità e del non profit, che devono rimanere l’anima delle strategie e dei rapporti di cooperazione per fare uscire quasi due miliardi di persone dalla povertà e dalla sottoalimentazione, occorre affiancare maggiormente e rafforzare la dimensione imprenditoriale, gli investimenti privati al fine di creare imprese, occupazione, sviluppo diffuso. Si dovrà trattare di investimenti responsabili e sostenibili, nei settori agricolo, alimentare, infrastrutturale, energetico, manifatturiero, turistico, artigianale e molti altri a seconda delle priorità definite dai paesi, con particolare attenzione alle micro e piccole-medie imprese, allo sviluppo cooperativo e alla mutualità, all’economia sociale.

Occorre pensare a nuovi rapporti di cooperazione, l’opposto di quella neo-colonizzazione che qualcuno paventa e che nessuno Stato mai permetterebbe. Una cooperazione basata sulla valorizzazione del settore privato locale, sul partenariato, il comune interesse, la reciprocità, il co-sviluppo, il buon governo societario, nel rispetto delle norme ambientali, sociali, fiscali, dei diritti umani e del lavoro, delle pari opportunità, con attenzione particolare alle donne, ai giovani, alle minoranze, alle aree emarginate, ai mercati locali e con la chiara finalità dell’occupazione, della riduzione delle povertà e della crescita solidale.

L’impresa può creare occupazione. E’ una sfida che il settore privato italiano ed europeo dovranno riuscire a cogliere, nel loro stesso interesse, per un grande piano di cooperazione e di sviluppo con l’Africa per i prossimi decenni, a beneficio reciproco. Anche il ruolo delle università, delle Ong e delle organizzazioni sociali attive nella cooperazione allo sviluppo può essere maggiormente valorizzato in questa nuova sfida, date le conoscenze, le competenze, l’esperienza acquisita e dati i rapporti consolidati in molte aree del continente africano.

La Commissione europea ha recentemente diffuso (13.5.2014) una comunicazione sul “forte ruolo del settore privato per una crescita inclusiva e sostenibile nei paesi in sviluppo”. Si tratta di una buona base di partenza e di un’ottima opportunità, se saranno seguiti i principi della cooperazione allo sviluppo e la finalità di combattere la povertà e di creare posti di lavoro e sviluppo. Ciò che manca è il collegamento di queste linee con le politiche europee in materia di immigrazione, di asilo e di mobilità. L’Ue dovrà riempire questo vuoto per uscire da quell’incoerenza politica su questi temi che l’ha contraddistinta in questi ultimi anni e che potrebbe rendere inefficace il programma appena lanciato per gli investimenti del settore privato nei paesi da cui gli immigrati provengono. Adottare una politica migratoria comune, con una strategia di lungo periodo capace di tener conto delle dinamiche economiche e demografiche mondiali ed africane in particolare, diventa urgente anche per definire l’azione di cooperazione allo sviluppo. Tempo fa era stata proposta la creazione di un’Agenzia europea per le migrazioni e la mobilità. EuropeAid, l’agenzia europea per la cooperazione internazionale, potrebbe con essa coordinarsi e promuovere azioni integrate e comuni, rendendo più coerenti e forse più efficaci le azioni di cooperazione e di governo dell’immigrazione.

Se, durante il semestre europeo a presidenza italiana, potessero essere riprese e adottate la proposta di questa nuova Agenzia per le migrazioni e la mobilità e quella della Banca di sviluppo euro-mediterranea di cui ho fatto cenno sopra, sarebbe un significativo atto di visione lungimirante e strategica.

Torno alla banca di sviluppo, all’istituzione finanziaria italiana per la cooperazione allo sviluppo, da cui sono partito e che ho cercato di collegare alle problematiche che abbiamo di fronte a noi. Dopo quanto detto, appare evidente la sua necessità. Per realizzare questo immenso piano di investimenti per creare occupazione e sviluppo e per coinvolgere in esso il settore privato è necessario che siano disponibili risorse finanziarie oltre a quelle stanziate annualmente per la cooperazione allo sviluppo. Quand’anche queste aumentassero (la previsione è di +10% ogni anno) sarebbero appena sufficienti a mantenere i pochi impegni esistenti. Non si perda l’occasione rappresentata dal nuovo testo di legge, in discussione in questi mesi, per inserire (avvalendoci delle esperienze in atto in altri paesi) anche questo importante elemento che può completare e arricchire l’azione della nuova Agenzia per la cooperazione allo sviluppo, nell’ambito delle relazioni internazionali del nostro paese, tese alla costruzione di rapporti paritetici, anche solidaristici quando necessari, ed alla convivenza nella pace.

Pubblicato il 23.5.2014 su VITA.IT

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.