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20 Dic 2015

IL TRANSNAZIONALISMO DEGLI IMMIGRATI PER FAVORIRE LA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE TRA TERRITORI

Intervento al convegno “Flussi migratori, mercato del lavoro, impresa e diritti umani”, promosso dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Comitato Interministeriale per i Diritti Umani.   Roma, 11.12.2015 – Senato della Repubblica, Palazzo Giustiniani

Toccherò trasversalmente tutti e quattro i temi di questo workshop: flussi migratori, mercato del lavoro, impresa, diritti umani e cercherò di individuare, a partire dall’esperienza transnazionale vissuta dagli immigrati, possibili occasioni di cooperazione internazionale e di co-sviluppo tra realtà territoriali italiane e dei paesi di origine. Mi riferirò alla migrazione più strutturale e non all’emergenza profughi, con le decine di migliaia di persone alla ricerca di protezione e asilo, che richiederebbe una specifica presentazione con ulteriori approfondimenti.

Crescita demografica mondiale e nuove opportunità di lavoro

Nel mondo vi sono 244 milioni di migranti internazionali, pari a circa il 3,32% della popolazione mondiale.[1] Sono numeri destinati a crescere. Basti pensare che i lavoratori migranti nel corso del primo decennio di questo secolo (+57 milioni) sono raddoppiati rispetto al decennio precedente, con una maggioranza di giovani tra i 20 e i 35 anni. Mentre i paesi del Nord accolgono attualmente il 51% di tutti i migranti, le migrazioni Sud-Nord sono diminuite negli ultimi anni a causa della crisi economica, parallelamente ad una progressione di quelle Sud-Sud. Queste ultime, dal 2000 al 2013, hanno rappresentato il 57% di tutti i flussi migratori e ben 9 rifugiati su 10 vivono nei paesi del cosiddetto Sud del mondo[2]. Pur ritenendo importante evidenziare l’entità delle migrazioni Sud-Sud – che danno anche una ben diversa visione di quella supposta ‘invasione’ urlata in alcuni ambienti politici e mediatici nostrani – in questa breve analisi mi limiterò al contesto Sud-Nord.

Soffermiamoci sul continente africano, quello più vicino a noi. Nel 2030, tra 15 anni, l’attuale popolazione di 1,186 miliardi di persone crescerà di circa 500 milioni (cifra pari all’intera popolazione dell’UE), passando a 1,680 miliardi. Si prevede che tale andamento demografico continuerà nei decenni successivi arrivando a 2,477 miliardi di persone nel 2050.

A metà del XXI secolo la Nigeria, con 400 milioni di abitanti rispetto ai 182 del 2015 e ai 263 nel 2030, sarà il terzo paese più popoloso al mondo, superando gli Stati Uniti; l’Etiopia arriverà a 188 milioni passando dai 99 del 2015 ai 138 nel 2030; Congo, Tanzania e Egitto supereranno, insieme, i 480 milioni rispetto agli attuali 222 e ai 320 nel 2030. Si consideri, come termine di paragone, l’UE con 508 milioni di abitanti, in diminuzione nei prossimi decenni e gli USA con una popolazione di 322 milioni e una lieve crescita a 336 milioni nel 2030 e 389 nel 2050.

Circa metà della crescita mondiale sarà in Africa e africani saranno i dieci più giovani Stati del mondo, con età media intorno ai 20 anni (contro gli attuali 29-30 della media mondiale, i 43 di quella UE e i 46 dell’Italia). La demografia europea, d’altro canto, è sotto la media richiesta dal pieno ricambio generazionale ed è previsto un calo demografico di circa 90 milioni per il 2050 con una carenza di 48 milioni di lavoratori, dato anche il continuo invecchiamento della popolazione. Con l’aumento della speranza di vita cresceranno le persone sopra i 65 anni: ovunque, ma in particolare nell’Unione europea, dove si andrà restringendo l’attuale rapporto di 9 attivi ogni anziano, fino a giungere nel 2050 al rapporto di 4 a 1.

Si tratta di proiezioni del Word Population Prospect dell’ONU[3], confermate dall’UNICEF che prevede che nel 2050 l’Africa avrà il 41% delle nascite mondiali, il 25% della popolazione mondiale (contro l’attuale 16%) e il 37% dei ragazzi/e sotto i 18 anni[4]. Nel 2050 l’Africa potrebbe quindi aver raddoppiato la popolazione attiva, quella tra i 14 e i 65 anni, determinando un probabile bacino di 700 milioni di persone in età lavorativa. Nonostante la crescita economica del continente, mediamente pari al 5% annuo del PIL, l’ampia parte di queste persone attive rimarrà alla ricerca, talvolta disperata, di un lavoro o di una sua maggiore stabilizzazione e qualificazione, in paesi in cui la ricchezza è in mano a pochi e permangono ampie sacche di povertà, ove si vive con appena un euro al giorno. L’Africa deve quindi offrire nuove opportunità di lavoro in modo diffuso, altrimenti la migrazione di decine, forse centinaia di milioni di persone verso paesi africani economicamente più forti o verso l’Europa sarà inevitabile. Mi limito qui ai soli dati demografici, senza prendere in considerazione le possibili conseguenze dei cambiamenti climatici e dei conflitti.

Creare occupazione in Africa diventa un’assoluta priorità. In questo, anche la cooperazione allo sviluppo può assumere un ruolo decisivo. Alla dimensione fondamentale della solidarietà, occorre affiancare e rafforzare maggiormente la dimensione sociale ed economica. Educazione, formazione, protezione sociale, riconoscimento dei diritti umani e di partecipazione democratica e soprattutto lavoro, dignitoso e stabile, e reddito adeguato. Gli investimenti pubblici e privati e la creazione di imprese diffuse sul territorio possono assicurare occupazione e sviluppo. Dovrà trattarsi di investimenti responsabili e sostenibili economicamente e ecologicamente in tutti i settori corrispondenti alle priorità definite dai paesi, con particolare attenzione alle micro e piccole-medie imprese, allo sviluppo cooperativo, all’economia sociale, al credito diffuso. La nuova legge italiana 125/2014 sulla cooperazione allo sviluppo va in questo senso, riconoscendo e valorizzando tutti i soggetti, non profit e profit, nazionali e territoriali, privati e pubblici[5] capaci di contribuire alla sfida della lotta alla povertà e dello sviluppo, creando a tal fine partenariati forti e duraturi, cooperando in tutti i settori utili.

L’impresa può creare nuova occupazione. Dovrà vivere, con ancora maggiore impegno, la propria responsabilità sociale, conciliando gli obiettivi economici con quelli sociali e ambientali, così come stabilisce la legge 125. È una sfida che il settore privato europeo ed italiano dovranno riuscire a cogliere, nel loro stesso interesse, per un grande piano di cooperazione e di sviluppo con l’Africa per i prossimi decenni, valorizzando il settore privato e i mercati locali, con la chiara finalità dell’occupazione e della riduzione delle povertà, a beneficio reciproco. Una cooperazione basata sul partenariato, il comune interesse, la reciprocità, il co-sviluppo, nel rispetto delle norme ambientali, sociali, fiscali, dei diritti umani e del lavoro. Interessante, in proposito, la comunicazione della Commissione europea (2014) sul “più forte ruolo del settore privato per una crescita inclusiva e sostenibile nei paesi in sviluppo”.[6] Nel loro stesso interesse, in tema di diritti umani, rispetto delle comunità e dell’ambiente, le imprese dovranno adeguarsi alle linee guida dell’OCSE sulla responsabilità sociale negli investimenti internazionali.[7] Utile sarà inoltre il coordinamento con le Ong le organizzazioni della società civile inserite nel contesto sociale in cui si opera.

Comunità immigrate, diritti umani, transnazionalismo e co-sviluppo

Da anni, a livello internazionale, si è fatta strada l’idea che gli stessi immigrati possano rappresentare un importante fattore di sviluppo per i loro paesi di origine. Gli immigrati, in realtà, non hanno aspettato le incerte decisioni internazionali o governative per agire. Con le rimesse e altri aiuti alle famiglie rimaste in patria alleviano la povertà; spesso avviano attività che accrescono i commerci locali e l’occupazione; con le conoscenze e competenze acquisite stimolano l’innovazione, rafforzano la presa di coscienza dei diritti umani e sociali; contribuiscono al superamento delle vulnerabilità e ad una maggiore resilienza di fronte alle crisi economiche e ambientali. In questo senso gli immigrati possono già, a pieno titolo, essere considerati veri attori di sviluppo.

Dal primo rapporto del Segretario Generale ONU nel 2006[8], vari documenti sul nesso tra migrazioni e sviluppo sono stati elaborati e adottati. Per dare un’idea riprendiamo gli otto punti dell’Agenda for Action contenuta nel Rapporto del Segretario Generale “International Migration and Development[9] alla 68a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e al Dialogo di Alto Livello dell’ottobre 2013. Si tratta di punti ripresi e sviluppati in vari interventi e documenti, tra cui quelli significativi del Global Migration Group (GMG) e dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni (OIM)[10], che sono anche il risultato di un lavoro comune tra Stati, Agenzie dell’ONU e Organizzazioni della società civile.

Gli otto punti dell’Agenda for Action richiamano gli Stati a: 1) applicare le convenzioni internazionali sulla protezione e la promozione dei diritti fondamentali, economici, sociali e culturali dei migranti, con particolare attenzione ai più vulnerabili, ai minori e alla loro educazione, alla lotta alle discriminazioni; 2) sostenere le migrazioni lavorative, in particolare riducendo i costi delle rimesse, controllando quelli delle intermediazioni, riconoscendo i titoli di studio, assicurando la trasferibilità della sicurezza sociale; 3) eliminare ogni forma di sfruttamento e ogni traffico di lavoratori e di altri esseri umani; 4) aiutare i migranti in difficoltà a causa delle crisi umanitarie nei loro paesi o in quelli di transito; 5) agire per il cambiamento della percezione pubblica delle migrazioni e del sentimento anti-immigrati, combattendo ogni forma di xenofobia e coinvolgendo le istituzioni educative, il settore privato, i sindacati, i media e gli stessi immigrati; 6) integrare le migrazioni nell’agenda per lo sviluppo post-2015 e nei programmi di cooperazione; 7) investire nella conoscenza e la raccolta dei dati per definire politiche migratorie basate sulla realtà dei fatti e monitorare con precisi indicatori il grado di protezione dei migranti e la violazione dei loro diritti; 8) assicurare la coerenza delle politiche e definire partnership, a livello nazionale e internazionale, che coinvolgano i vari stakeholders per definire politiche a protezione e valorizzazione dei migranti.

Pur essendoci interessanti esempi di dinamismo transnazionale in alcune comunità immigrate, non è ancora sufficientemente approfondito il ruolo che gli immigrati possono avere nelle politiche e nei programmi di cooperazione allo sviluppo dei paesi in cui risiedono, come l’Italia, da realizzarsi con i paesi di origine, in una visione di co-sviluppo[11]. Risulta alquanto riduttiva la definizione di co-sviluppo che ha preso spazio nei recenti anni in Italia. Essa si è limitata sostanzialmente alla considerazione degli immigrati quali: a) protagonisti del proprio sviluppo attraverso una buona integrazione e b) dello sviluppo delle comunità di origine attraverso la realizzazione di progetti a senso unico, senza valorizzare l’interazione della duplice dimensione transnazionale[12]. Il caso della diaspora senegalese a Milano, Parigi e Ginevra è un interessante esempio di dinamismo transnazionale[13] e numerosi altri sono gli esempi in alcuni paesi europei[14]. Si tratta di un approccio positivo, pionieristico per alcune realtà regionali e locali, con risultati significativi, ma a nostro avviso ancora troppo limitato e circoscritto al tradizionale ambito degli aiuti più che a quello della cooperazione. Un passo avanti, almeno nella filosofia e negli obiettivi che l’hanno guidato, sembra realizzarsi nella cooperazione Italia-Senegal: è il programma plasepri, piattaforma d’appoggio al settore privato senegalese e alla valorizzazione della diaspora in Italia[15]. È cioè il concetto di co-sviluppo, inteso come frutto di una cooperazione basata sulla reciprocità di interessi e di benefici, che può guidarci verso azioni efficaci, coinvolgenti gli stessi immigrati residenti in Italia, in un cammino di partenariato con i paesi e le regioni da cui provengono.

Partendo dalle novità introdotte dalla legge 125/2014 e facendo tesoro dell’esperienza passata, emerge con evidenza un approccio che poggia su due pilastri complementari. Da un lato il concetto di co-sviluppo, inteso come frutto di una cooperazione che, anche quando è dono, si basa su rapporti di parità, reciprocità di interessi e di benefici: è il co-sviluppo che può guidarci verso azioni efficaci di cooperazione coinvolgenti gli stessi immigrati residenti in Italia, in un cammino di partenariato con i paesi e le regioni da cui provengono. Dall’altro lato, la realtà territoriale, che ne è la dimensione più appropriata: quella delle regioni e grandi aree dove risiedono le comunità immigrate, dove si sono organizzate, radicate, hanno stabilito rapporti con le istituzioni e le organizzazioni sociali e produttive, hanno costruito famiglia, interessi, business, continuando al contempo a mantenere legami vivi e attivi con le realtà di origine.

Dal transnazionalismo degli immigrati alla cooperazione internazionale tra territori

Rilevanza andrebbe data in particolare alle realtà di immigrati che hanno avuto successo nel nostro paese e che mantengono interessi e rapporti con quello di origine. Va ricordato in proposito che su 6 milioni di imprese operanti in Italia (2013), ben 497.080 sono condotte da soggetti nati all’estero (8,2% del totale) con forte tenuta anche in periodo di crisi[16]. È il transnazionalismo degli immigrati che deve essere valorizzato, la loro capacità di essere, di vivere e di sentirsi radicati qui e lì, concependo la globalizzazione innanzitutto come multilocalismo, a misura d’uomo, di comunità, con l’assunzione cosciente e arricchente di identità plurime. In questo possono essere considerati anticipatori del cambiamento delle nostre società, in cui le nuove generazioni mirano a vivere la globalizzazione difendendo la propria individualità identitaria e costruendo relazioni e legami con differenti luoghi tra loro interagenti. Partendo da questa dimensione transnazionale-multilocale[17] e dal protagonismo dimostrato da alcune comunità di immigrati nell’avvio di partenariati transnazionali, possono essere avviati percorsi di co-sviluppo aperti all’intera dimensione territoriale nelle due realtà transnazionali, quelle italiana e quella della regione di provenienza, coinvolgendo ogni attore potenzialmente interessato. Il transnazionalismo degli immigrati può e deve diventare l’occasione per un transnazionalismo dei territori capace di costruire relazioni di partenariato negli ambiti di reciproco interesse: sociale, culturale, economico, commerciale, istituzionale. Se in una regione è fortemente presente e radicata, per esempio, una comunità marocchina (o senegalese o egiziana o ecuadoriana o altra) che negli anni ha mantenuto rapporti con la regione di origine, un’ampia cooperazione tra le due regioni, qui e lì, non è solo possibile ma è anche una reciproca opportunità, da non sottovalutare.

Accordi quadro di cooperazione (di lunga durata, per essere efficaci) potrebbero essere siglati dalle due istituzioni regionali dopo attente valutazioni dei bisogni, delle opportunità, dei rispettivi ambiti di possibile intervento, dei legittimi interessi delle parti e dei benefici che possono derivare per entrambe da un simile partenariato per lo sviluppo. Non si tratta di individuare “un” progetto (questo è un po’ il limite odierno), ma di costruire un processo bilaterale duraturo, costante, coinvolgente le realtà territoriali interessate, disegnando un insieme di relazioni e di attività rispondenti, in modo coerente, ad un interesse definito e a criteri di reciproca utilità. Le due istituzioni territoriali “transnazionali” dovrebbero al contempo favorire e sostenere altri specifici accordi di cooperazione: non solo tra immigrati residenti e comunità di origine, ma anche tra organizzazioni dei due territori, tra università e università, cooperative e cooperative, tra associazioni di impresa e tra imprese, tra istituti di credito, tra realtà sociali, sindacali e culturali, professionali e così via, per un co-sviluppo vero, duraturo, alla cui base ci siano i principi e l’etica della cooperazione, del partenariato, dei diritti umani, della giustizia, insieme ai reciproci legittimi interessi e vantaggi, anche a garanzia della continuità del rapporto di partenariato.

Rafforzare il nesso tra migrazione e sviluppo è possibile e auspicabile. È però necessario volerlo ed avere una visione strategica aperta al mondo e alle opportunità che può offrire. Se c’è vero interesse, infatti, i rapporti continueranno e si svilupperanno, prendendo forme sempre più coinvolgenti e stimolanti. Come è altrettanto necessario rendere coerenti le politiche dell’immigrazione con quelle della cooperazione internazionale allo sviluppo. La scarsa considerazione dei paesi meno avanzati da cui provengono gli immigrati, la rappresentazione poco benevola dell’immigrazione e le difficoltà nell’accoglienza e nell’integrazione, a partire dal riconoscimento dei diritti, sono purtroppo segnali che contraddicono gli sforzi per rafforzare il nesso tra migrazioni e sviluppo, come voluto dalla legge 125/2014. Esso passa, infatti, anche dalla pluralità e positività dei rapporti con questi paesi (che sono in parte appena al di là del Mediterraneo), dall’attiva integrazione degli immigrati, dal riconoscimento delle loro competenze e capacità, dalla valorizzazione della loro transnazionalità. La chiusura, anche solo psicologica, impedisce di valorizzare le opportunità che possono derivarne, come impedisce di cogliere la spinta innovativa che questa presenza porta normalmente con sé, come è avvenuto in altri paesi. In Italia ne rimangono così influenzate perfino le scelte delle nuove generazioni che vedono spesso i migliori immigrati andare altrove, preferendo il centro-nord Europa.

Dovranno quindi essere gradualmente approfondite e rivisitate le normative e le modalità di attuazione in materia di integrazione, di diritti di cittadinanza, di riconoscimento dei titoli di studio, di valorizzazione delle professionalità, di migrazione circolare, cioè di mobilità con ritorni in patria e nuovo ingresso regolare in Italia, favorendo le visite di ritorno di quegli immigrati che hanno saputo valorizzare la propria transnazionalità, anche al fine di trasmetterla nei territori di riferimento, aprendoli e arricchendoli. Il migrante che ha iniziato a investire nella propria terra deve potere mantenere con essa rapporti vivi anche andandoci con una certa frequenza, pur soggiornando nel paese di residenza dove continua il proprio lavoro, acquisisce competenze, stabilisce rapporti di affari, acquista i beni necessari ad approvvigionare attività avviate nella realtà di origine, importandone magari altri.

La mobilità del migrante diventa spesso la condizione indispensabile per il successo del proprio iter di sviluppo economico, per il sostegno ai famigliari e alla regione di origine e per la sostenibilità del suo eventuale ritorno definitivo. La Fondazione ISMU ha focalizzato sullo stesso punto la recente presentazione del XXI Rapporto sulle migrazioni (Dicembre 2015): “Non si tratta di accogliere centinaia di milioni di persone ma di promuovere una migrazione circolare, non episodica”[18]. Siamo purtroppo ancora lontani, chiusi nelle incertezze e nelle paure europee, ma questa è una delle strade da percorrere. Una strada che ci è imposta dalla stessa globalizzazione.

[1]   United Nations, Trends in International Migrant Stock: the 2015 Revision, New York, 2016.  Si veda anche il Rapporto del Direttore Generale dell’ILO Guy Ryder: Migrazione equa: una agenda per l’ILO, alla Conferenza internazionale del lavoro, Ginevra, 2014

[2] A. Ricci, Popolazione, sviluppo e migrazioni a livello mondiale, Dossier Statistico Immigrazione, IDOS, 2014

[3] UNDESA, United Nations Department of Economic and Social Affairs/Population Division (2015). World Population Prospects: The 2015 Revision, Key Findings and Advance Tables. New York, 2015.

[4] UNICEF, Division of Data, Research and Policy, Generation 2030/Africa – Child Demographics in Africa, Report, August 2014. L’UNICEF prevede che nel 2050 l’Africa avrà il 41% delle nascite mondiali, il 25% della popolazione mondiale (contro l’attuale 16%) e il 37% dei ragazzi/e sotto i 18 anni.

[5] Legge 125/2014, capo VI, art. 23 ss.

[6] Comunicazione della Commissione: Un più forte ruolo del settore privato per una crescita inclusiva e sostenibile nei paesi in sviluppo, COM (2014) 263, Bruxelles, 16.5.2014.

[7] Linee guida OCSE destinate alle imprese multinazionali, OCSE, 2011.  Il Punto di Contatto Nazionale per la diffusione delle linee guida OCSE è presso il Ministero dello sviluppo economico: pcnitalia.mise.gov.it. – Si veda anche il documento di Link 2007 su Cooperazione allo sviluppo. Imprese e diritti umani, responsabilità sociale e responsabilità ambientale, 2015, http://www.link2007.org/assets/files/documenti/CooperazionesviluppoImprese.pdf

[8] International Migration and Development (A/60/871), 18 maggio 2006, Rapporto del Segretario Generale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite..

[9] International Migration and Development, Rapporto del Segretario Generale all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 68a sessione, A/68/190, sezione V, 25 Luglio 2013. Un nuovo Rapporto, A/69/207, è stato presentato all’Assemblea Generale il 30 Luglio 2014, nella cui sezione III il Segretario Generale evidenzia le iniziative intraprese per l’attuazione dell’Agenda for Action.

[10]   UN High Level Dialogue on International Migration and Development, 3-4 Ottobre 2013: Statement by the Global Migration Group e GMG Position PaperRemarks, William Lacy Swing, Director General IOM e IOM Position Paper.

Il GMG, Global Migration Group, gruppo inter-istituzionale di alto livello, è stato istituito nel 2006 al fine di un migliore ed efficace coordinamento internazionale. È composto da 15 Agenzie/Organizzazioni dell’ONU coinvolte in attività attinenti le migrazioni, la BM e l’OIM, con tre Working Group e due Task Force.

Fondata nel 1951, l’OIM è la principale Organizzazione Intergovernativa in ambito migratorio, con 156 Stati Membri e 10 Stati osservatori, 460 uffici nel mondo, un personale operativo di 6.690 unità e oltre 2.000 progetti attivi.

[11] Il tema dei flussi migratori come fattore dello sviluppo è entrato nel programma del semestre di Presidenza italiana del Consiglio europeo (Luglio-Dicembre 2014). Si veda in proposito: G. Cantini, Migrazioni e sviluppo: un tema per la Presidenza italiana e per l’Agenda post 2015, in ‘Libertàcivili’, novembre-dicembre 2013, p. 7.

[12] Coinvolgendo le diaspore, alcuni progetti sono stati coordinati dall’OIM che nel 2001 ha lanciato la strategia MIDA, Migration for Development in Africa, di cui la Cooperazione italiana del Ministero degli Affari Esteri ha sostenuto i programmi in Ghana e Senegal e più recentemente in Somalia. Si veda, in particolare, A. Stocchiero, Iniziative di partenariato per il co-sviluppo. Progetto MIDA Ghana-Senegal, Cespi, 2006.

[13] J. Maggi, D. Sarr, E. Green, O. Sarrasin, A. Ferro Migrations transnationales sénégalaises, intégration et développement, Université de Genève, 2013.

[14] A. Manço, S. Amoranitis (2010) per il Belgio; A. Cortés e coll. (2006), per la Spagna; Development Research Centre on Migration (2006) e DFID (2007) per il Regno Unito; I. Guissé, C. Bolzman (2009) per la Svizzera. Si vedano anche i Rapporti annuali di Eunomad sulle esperienze della rete europea su migrazioni e sviluppo.

[15] http://www.dakar.cooperazione.esteri.it/utldakar/IT/plasepri/intro.htm. Con crediti concessionali, fondi a dono, partecipazione del governo senegalese, linee di credito per PMI e per intermediatori locali di microfinanza non speculativa, per un valore complessivo di circa 24 milioni di euro, il programma vede il protagonismo degli enti territoriali dei due paesi e delle associazioni e istituzioni senegalesi presenti in Italia.

[16] Tali aziende producono un valore aggiunto di 85 miliardi di euro e sembrano riuscire a resistere alla crisi. Il gettito fiscale dei contribuenti stranieri ha fornito alle entrate pubbliche complessivamente 7,6 miliardi di euro e altri 8,9 miliardi sono stati versati agli enti previdenziali, per un totale di entrate nelle casse pubbliche di 16,5 miliardi di euro. La spesa pubblica complessiva per l’immigrazione è stata invece di 12,6 miliardi, pari all’1,57% della spesa pubblica totale, con quindi un saldo positivo per lo Sato pari a + 3,9 miliardi di euro. Complessivamente gli immigrati contribuiscono a più dell’8% del PIL nazionale, mentre la spesa pubblica relativa all’immigrazione non supera il 2% della spesa complessiva.

Preziosi sono, in proposito, alcuni studi che annualmente forniscono documentate informazioni sul “valore” dell’immigrazione: Fondazione Leone Moressa, Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione, 2014; Centro studi e ricerche IDOS, Rapporto immigrazione e imprenditoria, 2014. Si veda anche L’impatto fiscale dell’immigrazione in ‘Dossier Statistico Immigrazione 2014’, IDOS-UNAR, p. 308-314.      

[17] Sul transnazionalismo degli immigrati e il co-sviluppo si vedano: M. Ambrosini, F. Berti (cur.), Persone e migrazioni. Integrazione locale e sentieri di co-sviluppo, Franco Angeli, 2009; M. Ambrosini, Un’altra globalizzazione. Le sfide delle migrazioni transnazionali, Il Mulino, 2008; A. Stocchiero, Learning by doing: il transnazionalismo dei migranti per lo sviluppo locale nel programma MIDA Itala/Ghana-Senegal, CeSPI, 2008, www.cespi.it; J. Chaloff, Co-development: a myte or a workable policy approach?, CeSPI, 2006, www.cespi.it.

Sul multilocalismo: Carlo Bordoni, Multilocalismo, in “La Lettura”, inserto culturale del Corriere della Sera, 29.9.2013.

[18] http://www.ismu.org/2015/11/presentato-a-milano-il-xxi-rapporto-ismu/  

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.