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09 Giu 2021

IL FALLIMENTO INTERNAZIONALE IN AFGHANISTAN

Tardi e male si è trattato con i Taliban per costruire la pace in Afghanistan. Eppure, chi ha conosciuto quel paese ed in particolare le Ong che hanno garantito una presenza diffusa sul territorio a contatto diretto con le popolazioni, la vedevano come la strada da percorrere già nei primi anni del nuovo secolo. L’azione militare senza una chiara, definita e lungimirante visione politica, come sta spesso avvenendo dalla prima guerra del Golfo in poi, continua ad essere destinata al fallimento, con morti, feriti e distruzioni senza senso.

Nel marzo 2007 scrivevo per vita.it: “trattativa, trattativa, trattativa”. Si è aspettato troppo, con arroganza e senza alcuna strategia politica alternativa. E anche la trattativa è fallita.

Riprendo qui quanto esprimevo, riportando un pensiero diffuso nel mondo umanitario:

“La questione non è semplice e lo dimostrano le differenti reazioni espresse da analisti intelligenti e degni di stima. Si tratta comunque di una questione da approfondire legandola sia al contesto afgano che al nuovo e incerto contesto internazionale e distinguendo tra trattativa e partecipazione ad una conferenza internazionale come quella proposta dall’Italia: il dibattito le sovrappone spesso, mentre esiste una radicale differenza che non va confusa.

La questione afgana è a un punto critico. La soluzione militare appare ormai impossibile; la ricostruzione e il ben-essere della popolazione rimangono un auspicio che stenta a concretizzarsi; il consenso e le attese degli afgani sono stati traditi; la coltivazione dell’oppio e i proventi del narcotraffico sono al massimo livello e contribuiscono al rafforzamento dell’illegalità e della guerra.

Il  contesto internazionale non è meno preoccupante. La legittimazione dell’operazione di peace keeping e di sostegno alle istituzioni afgane si è trasformata in progressiva legittimazione di “fatti compiuti” e, in definitiva, della guerra; le visioni dei paesi occidentali si stanno divaricando; il pensiero di una possibile sconfitta mette in crisi le scelte e le ambizioni della Nato; cresce al contempo il contrasto tra le visioni delle politiche governative e quelle delle società civili nei paesi occidentali. D’altro canto, il sistema delle relazioni internazionali ed in particolare quello multilaterale, con le sue regole e le sue liturgie identiche e immutabili da oltre cinquant’anni, sente anch’esso l’esigenza di individuare nuove strade per riuscire a governare la complessità globale. Diventa impellente escogitare nuovi e diversificati percorsi e nuove forme di gestione dei conflitti, senza avere paura di uscire da schemi spesso inefficaci.

Che occorra ormai trattare con i taliban può forse non piacere, data la loro ferocia, ma è ormai un’esigenza imposta dalla realtà della situazione afgana. Lo si sta già facendo a livello di territorio, ma non basta. Meglio trattare ora che farlo dopo essere stati sconfitti. La sconfitta non è certa, si dirà; ma non è certo nemmeno il contrario. Il punto centrale è “come trattare”: e su questo punto non possono essere fatti errori.

Le vie sono molteplici. Tra la trattativa territoriale e l’auspicata conferenza internazionale vi è un’ampia gamma di modalità. La conferenza dovrebbe rappresentare l’ultima fase e il coinvolgimento in essa dei taliban potrebbe avvenire solo se fosse il governo afgano, quale legittima istituzione, a convocarli; altrimenti ne risulterebbe delegittimato. Ma anche un simile coinvolgimento dovrà essere il risultato di una trattativa avviata direttamente o tramite paesi intermediari ed in particolare quelli più vicini.

Quindi trattativa, trattativa, trattativa.

In fondo, è il risveglio della politica, la rinnovata presa di coscienza del primato di quell’azione di ascolto, di comprensione e di mediazione che è stata purtroppo sottovalutata, in Afghanistan come in altri contesti di crisi, per dare spazio solo all’azione “taumaturgica” quanto non risolutiva delle armi.

In questo contesto, le Ong si stanno preparando a rafforzare la loro presenza in Afghanistan. Quello dell’aiuto, della risposta ai bisogni della gente e della ricostruzione è l’approccio più convincente: esso stabilisce legami, fiducia, credibilità. Proprio ciò che è mancato nella strategia internazionale.”

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.