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ONG
30 Giu 2019

Dopo la Sea Watch 3. Una proposta politica sull’immigrazione che vada oltre le contestazioni e le proteste

Siamo in attesa della liberazione di Carola Rackete. Salvare vite umane è un dovere che vale per tutti, non un reato. Probabilmente, dopo la Sea Watch 3 si ricomincerà alla prima occasione, con qualche nuova azione che risponda all’imperativo umanitario e ricordi all’Europa le sue contraddizioni e con le conseguenti azioni repressive di chi salva vite umane (considerato il nuovo crimine contemporaneo!) e a “difesa dei confini”. Anche senza navi delle Ong centinaia, forse migliaia di persone continueranno comunque ad approdare irregolarmente via mare e via terra, come sta regolarmente avvenendo. I provvedimenti spot finora adottati sono ben lontani da quel governo dell’immigrazione che la situazione attuale e soprattutto l’evoluzione demografica del mondo e l’involuzione europea richiederebbero con urgenza. Occorre continuare a reagire, non solo denunciando quanto ritenuto inaccettabile ma individuando proposte concrete e realizzabili e trasformandole in coerente proposta politica. E soprattutto evitando sterili pregiudizi ideologici e disastrose divisioni.

“Ad ogni azione corrisponde una reazione pari e contraria”

In tema di immigrazione i governi europei sono diventati, più o meno, tutti “sovranisti”. Ognuno agisce infatti con lo sguardo ai propri interessi, alle proprie convenienze ed al proprio elettorato, pur riconoscendo la competenza dell’Unione fissata dai trattati sulla definizione delle condizioni legali di ingresso e soggiorno. Il governo italiano grida contro l’UE, talvolta assomigliando al cane che abbaia alla luna perché, in realtà, dovrebbe prendersela con l’inconcludenza degli Stati membri. Quando poi lo fa, normalmente in malo modo, riesce solo a provocare reazioni contrarie, che non fanno sconti all’Italia.

Ad ogni azione sovranista l’Italia non può che aspettarsi una risposta sovranista. L’interesse del nostro paese viene così annacquato fino a scomparire a causa di un’insensata prepotenza, ridotta ad ostentazione di muscoli verbali e vere e proprie sconsideratezze politiche, demagogiche, ad usum populi, senza alcuna proposta concreta per un reale governo dell’immigrazione di cui ci sarebbe estremo bisogno (che altro dovrebbe fare un governo se non governare?); e a causa di chiusure che sostituiscono il dialogo politico e l’approfondimento con slogan, volgarità, verità ‘dogmatiche’ basate su traballanti fondamenta, deformazioni della realtà, disprezzo per il diverso e il debole, usando perfino parole e gesti che dovrebbero esprimere apertura e amore.

Uscire dalle contraddizioni

Sarebbe invece necessario – e vale anche per tutti gli Stati membri – uscire dalle contraddizioni ed iniziare a cedere maggiore sovranità all’UE per una gestione condivisa dell’immigrazione. Non si può infatti chiedere aiuto all’Unione e al tempo stesso contrapporsi sistematicamente e pregiudizialmente; chiedere un’efficace politica di regolazione e gestione dei flussi, con più controllo delle frontiere e più lotta ai trafficanti di esseri umani ed al contempo rifiutare di delegare a Frontex un maggiore controllo sul Canale di Sicilia e il Mediterraneo italo-libico, o pretendere di negare principi fondanti e norme internazionali, lasciando morire persone in mare e rifiutando l’accesso alle navi umanitarie, o favorire l’uscita di migranti verso altri Stati europei per ‘furbizia’ senza previ accordi.

D’altro canto, i fautori della solidarietà che si oppongono all’idea di una società basata sull’egoismo, la chiusura sovranista, la discriminazione e l’esclusione devono ora, senza ulteriori tentennamenti, esprimersi con chiarezza in tema di governo dell’immigrazione, in una visione coerente e convincente, dando al contempo risposte alle preoccupazioni e ed alle paure di molte fasce sociali deboli o preoccupate. Anche i fautori dell’integrazione europea devono esplicitare con forza il loro convincimento dell’ineluttabilità del cammino federale europeo, anche per assicurare all’UE consistenza e voce di fronte agli Usa, alla Cina, a paesi in rapida crescita economica e con popolazioni giovani e più numerose dell’intera Europa.

Difendere l’interesse italiano

Il Governo italiano potrebbe sostenere e difendere meglio e più efficacemente le proprie proposte e i propri interessi con una maggiore, più assidua ed efficace partecipazione alle decisioni europee, dialogando, motivando, creando alleanze convenienti e abbandonando infantili intemperanze e improbabili rigidezze. Senza una visione complessiva e coerenti decisioni che attuino un’altrettanto complessiva e coerente strategia politica, nessun intervento potrà essere efficace al fine del governo delle migrazioni, che non potrà certo basarsi sui muri, i fili spinati, i blocchi navali.

L’Italia potrebbe proporla questa visione all’Europa, a rafforzamento delle proprie posizioni e richieste e della propria credibilità in ambito europeo. Legando e tenendo coerentemente presenti le cause della spinta migratoria; la lotta ad ogni traffico di esseri umani, alla loro criminale detenzione e allo sfruttamento ai fini dell’immigrazione illegale, a partire dai centri libici su cui è doveroso intervenire con decisione; la necessità di aprire canali di ingresso regolari, anche per quote concordate con i pesi di origine e sulla base dei bisogni, per combattere decisamente quelli irregolari; la salvaguardia della vita umana sempre e comunque; il dovere di garantire protezione e asilo; l’inserimento sociale e l’integrazione legati a politiche di welfare inclusive, che ‘non lascino indietro nessuno’; le percezioni e le paure diffuse e la richiesta di maggiore sicurezza; lo sviluppo di equi partenariati con i paesi di provenienza e transito; gli accordi di rimpatrio…

L’immigrazione, le politiche dell’UE e degli Stati membri

È una materia, quella migratoria, su cui la competenza comunitaria rimane limitata e condizionata dal potere decisionale dei singoli governi nazionali. La Commissione può proporre, sollecitare, cercare mediazioni, favorire il consenso ma è il Consiglio, cioè i capi di Stato e di governo e i ministri competenti dei paesi dell’UE, ad assumere le decisioni. È ovvio che politiche e posizioni fortemente sovraniste difficilmente permettono il raggiungimento di decisioni comuni. Queste richiedono la disponibilità a cedere una parte di sovranità all’Unione, al fine di perseguire il bene collettivo, rendendo vivo il principio di solidarietà senza il quale l’UE non esisterebbe.

L’opzione sovranista si evidenzia in particolare di fronte agli arrivi irregolari di persone che potrebbero beneficiare della protezione internazionale e dell’asilo, sulla base delle convenzioni internazionali. Persone, cioè, che non possono tornare nel proprio paese a causa di un fondato timore di persecuzione (per motivi di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche, gruppo sociale) o di sfruttamento da parte di organizzazioni criminali, grave violenza, tortura o catastrofi naturali, conflitti, guerre.

In ambito UE, il regolamento di Dublino (2013) –  che ha sostituito il precedente del 2003, a sua volta erede della “Convenzione internazionale di Dublino” entrata in vigore nel 1997 – stabilisce che la responsabilità e gli oneri di un richiedente asilo spettino allo Stato di primo ingresso: dalla registrazione, all’accoglienza, alla verifica e al riconoscimento della protezione con i suoi effetti. Il forte aumento degli arrivi via mare ha evidenziato la necessità di una nuova riforma del regolamento, al fine di superare tali norme che penalizzano l’Italia e la Grecia.

La revisione del regolamento di Dublino e lo stop italiano

Una proposta di revisione del regolamento è stata approvata dall’Assemblea del Parlamento europeo nel novembre 2017 a grande maggioranza. Essa coniuga fermezza e solidarietà e definisce comuni regole, condivisione e incentivi. Viene eliminata la disposizione del primo paese di arrivo per la valutazione delle richieste di asilo e ogni Stato membro deve accettare di condividerne equamente la responsabilità. Quelli inadempienti sono penalizzati sia con limitazioni nell’accesso ai fondi europei sia con l’impossibilità di utilizzare i fondi per il rimpatrio dei non aventi diritto all’asilo.

Il Consiglio europeo si sarebbe dovuto esprimere su tale proposta nel vertice dei 28-29 giugno 2018. La riunione preparatoria dei ministri dell’Interno tre settimane prima a Lussemburgo ha visto l’assenza del ministro italiano, che si è limitato a dichiarare che “il governo italiano dirà no alla riforma del regolamento di Dublino e a nuove politiche di asilo”. Incomprensibile e improvvida decisione, dato che la proposta di revisione andava pienamente incontro alle richieste dell’Italia e il ministro avrebbe potuto far valere le proprie ragioni per sostenerla. Una proposta di riforma del regolamento si è così allontanata, a nostro danno, in attesa del “radicale cambiamento di approccio” che il presidente Conte ha proposto ai capi di Stato e di governo nel prevertice informale del 24 giugno 2018. Un approccio che sembra quasi pensato, dati i tempi e le modalità, per non fare nulla, in modo da potere continuare ad “abbaiare alla luna”.

Proporre e convincere, rimanendo uniti

Ora, confiscata la nave Sea Watch 3 e arrestata la sua capitana nella speranza di una improbabile giustizia vendicativa, verosimilmente si ricomincerà da capo: con qualche nuova azione che risponda all’imperativo umanitario e ricordi all’Europa le sue contraddizioni e con le conseguenti azioni repressive verso chi salva vite umane (considerato ormai un crimine!) e a “difesa dei confini” e della propria popolarità. Anche senza le navi delle Ong centinaia, forse migliaia di persone continueranno comunque ad approdare irregolarmente via mare e via terra, come sta regolarmente avvenendo senza improperi e clamore mediatico.

I provvedimenti spot finora adottati sono ben lontani da quel governo dell’immigrazione che la situazione attuale e soprattutto il rapido andamento demografico del mondo e il declino europeo richiederebbero con urgenza. La mentalità e l’azione tossica che si sono rapidamente diffuse stanno aggredendo le aspirazione alla solidarietà e ai valori di umanità e fratellanza che sono alla base del nostro umanesimo e della civiltà cristiana, che d’altro canto si pretende di voler difendere. Occorre continuare a reagire, non solo denunciando quanto ritenuto inaccettabile ma individuando proposte concrete e realizzabili, vivendole, comunicandole, facendole divenire patrimonio condiviso e trasformandole in proposta politica. E soprattutto evitando sterili pregiudizi ideologici e disastrose divisioni.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.