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13 Mar 2019

PARTNERSHIP ONG-IMPRESE. DEFINIRE UN DISEGNO STRATEGICO

Intervento a nome di LINK 2007 al Gruppo di lavoro “Cooperazione internazionale allo sviluppo” di Confindustria, Roma 12 marzo 2019.

Grazie per questa occasione. Ero stato indicato da Paolo Dieci per sostituirlo oggi, data la sua missione in Somalia, e mi trovo a sostituirlo forzatamente e in modo ancora straziante.

Siamo in un Gruppo di Lavoro, quindi possiamo riflettere in modo aperto.

Il rapporto Ong/imprese non mi sembra che stia decollando, nonostante che se ne parli ormai da tempo. Ci sono alcuni pochi casi di vere attività produttive con relativi investimenti realizzati congiuntamente (es. Cefa e Granarolo in Tanzania). Normalmente, quando c’è, si tratta di sostegno delle imprese ad attività sociali, educative, sanitarie. Che entrano nell’ambito della “responsabilità sociale”. Se sbaglio, sarei felice di farmi correggere.

Il bando AICS per le imprese ha un peccato originale: non è stato costruito tra imprese e Aics, magari con il coinvolgimento delle Ong. C’è sempre il freno del sospetto che queste presenze inquinino la purezza della pubblica amministrazione ed è a mio avviso una grande stupidata.

Dobbiamo insieme definire un disegno strategico che veda

1) la valorizzazioni dei soggetti nelle loro specificità (Dgcs, Aics, Cdp, imprese, Ong),  

2) una rete di sistema, indispensabile, che dobbiamo riuscire a fare funzionare (è difficile, specie in Italia, ma sarebbe triste far passare un altro decennio – è dalla fine degli anni 70, legge 39/1979 che se ne sente l’esigenza – senza fare seri progressi, almeno nell’ambito nostro, prima ancora complessivo, con gli altri ministeri) 

3) obiettivi raggiungibili e graduali (che non vuol dire lenti, al contrario): ma realizzabili, verificabili e valutabili per ampliarli sempre di più.

Un gruppo misto, informale, di volenterosi e appassionati di cooperazione potrebbe riuscire a spingere in questo senso dando il proprio contributo, oltre alle piattaforme settoriali formali.

Alcune Ong, alcune diaspore organizzate, alcune imprese sociali – per quanto riguarda il non profit – potrebbero essere pronte a fare seriamente sistema nella cooperazione italiana, a sostenerlo e a contribuire a farlo funzionare, insieme alle imprese e alle istituzioni.

Due le condizioni, che riguardano il necessario cambiamento di cultura da ambe le parti:

1) che le Ong e i soggetti non profit non abbiano più alcun dubbio che lo sviluppo passa anche e in molta parte dall’impresa. La legge 125 l’ha affermato: occorre che sia interiorizzato da tutto il non profit.

2) che le imprese non si limitino alla responsabilità sociale intesa come azione parallela all’attività produttiva ma che entrino anch’esse (quelle che vi partecipano) nello spirito e nelle finalità della cooperazione allo sviluppo. Nei tempi passati ho visto progetti (affidati) realizzati da imprese preoccupate di realizzarli bene (e ci riuscivano) senza però valutare con attenzione il contesto in cui si inserivano, la sua evoluzione, gli interessi, il coinvolgimento, la partecipazione locale e senza rispettare appieno le norme sul lavoro, sulla sicurezza, se non favorire la corruzione. Progetti finiti male dopo pochi anni, ovviamente. Le finalità della legge 125 e gli obiettivi di sviluppo sostenibile non sono un elenco da appendere al muro, le linee guida Ocse per gli investimenti internazionali non sono una pubblicazione da tenere sulla scrivania ma vanno, entrambi, assimilati traducendoli nella quotidianità, proporzionalmente alla propria consistenza, nelle valutazioni, i monitoraggi, le correzioni degli investimenti. Essi devono ovviamente essere lucrativi. E lo sarebbero maggiormente, perché farsi apprezzare è un investimento, ed è la premessa di durature partnership e sviluppo reciproco.

Sulle imprese un’ulteriore osservazione. A parte la partecipazione allo specifico bando e a riunioni che rimangono perlopiù improduttive, in generale mi sembra che continui a mancare quel salto culturale che possa spingerle ad “intraprendere”, ad assumere l’iniziativa di investire – che dovrebbe essere il loro DNA, la loro spinta innata. Anche per divenire attori di investimento per lo sviluppo nei piani europei (mi riferisco al PIE, piano di investimenti esteri, e al Fondo per lo sviluppo sostenibile che, con il nuovo bilancio settennale UE, metteranno a disposizione garanzie per 32 miliardi per gli investimenti pubblici degli stati sovrani e 10 miliardi per il settore privato (attualmente limitati a 1,5 Mld), gestite per l’Italia da CDP. Si tratta, per quanto riguarda il nostro paese, di PMI in particolare. Esse necessitano di molta informazione/formazione. Questa va fatta e va fatta bene: non basta formare sulle regole del bando. Link 2007 ha proposto alla Viceministra Del Re che già EXCO possa essere una buona occasione per una specifica iniziativa Maeci-Aics-Cdp finalizzata al coinvolgimento delle PMI imprese, approfittando della presenza della DG Devco e delle Agenzie tedesca, francese, olandese e altre che potrebbero spiegare la loro esperienza di partecipazione e coinvolgimento delle PMI. Link 2007 e Confindustria Assafrica & Mediterraneo condividono questa esigenza (e anche le altre Reti e probabilmente vari soggetti imprenditoriali e le notizie che qualcosa si stia muovendo in questo senso è una buona notizia.

Sul CNCS. Quando è stato inserito nella legge avevamo il ricordo del Comitato consultivo e dei gruppi di lavoro della legge 49, prima che Andreatta – forse per risparmiare due lire – non li abolisse negli anni ‘90. I Gruppi di lavoro assumevano l’iniziativa, talvolta chiedendo di visitare progetti di cooperazione in un paese, e definivano linee che venivano riprese nel Comitato consultivo e nei documenti di programmazione, se ritenute valide. Non si aspettava che fosse la DGCS a suggerire cosa fare. Ora, questo CNCS sembra non aver ancora colto il significato di questo rinnovato inserimento – dopo l’abolizione di Andreatta – dell’organo consultivo. Quando ci si riferisce alla poca iniziativa del CNCS occorrerebbe innanzitutto, anche se non solo, guardare a sé stessi, alle persone che lo compongono ed alla loro capacità di analizzare, riflettere, produrre idee e farle valere.

Il Vicedirettore Luca Maestripieri ha evidenziato che occorre trovare il punto di equilibrio tra CDP, con le regole del sistema finanziario, e le istituzioni della cooperazione che ne hanno altre. E’, in questa fase, un punto di grande rilevanza. Sono due specificità che devono trovare il modo migliore per fare sistema, trovando il comune linguaggio nell’unica direzione degli obiettivi della cooperazione allo sviluppo e degli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.