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22 Ago 2017

USARE BENE IL RITORNO DELL’AMBASCIATORE IN EGITTO.

Al Direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio.

Caro Direttore,

il ritorno in Egitto dell’ambasciatore italiano, dopo quasi un anno e mezzo di interruzione dei rapporti diplomatici, è una decisone che suscita comprensibilmente reazioni contrapposte di approvazione o indignazione. Lo testimonia in modo coinvolgente anche la recente intervista, su ‘Avvenire’ di domenica 20 agosto 2017 ai genitori di Giulio Regeni, Claudio e Paola. Realpolitik o responsabilità politica? Così affrontato, il dilemma rimane insanabile. Personalmente, mi auguravo da tempo che il governo assumesse questa decisione, spinto dal mio vissuto nelle relazioni internazionali e dalla pluriennale esperienza in contesti di gravi contrapposizioni ed emergenze umanitarie. L’ho espresso in modo trasparente alla famiglia Regeni sei mesi fa, ne ho discusso con associazioni dei diritti umani, pur rimanendo su posizioni differenti, l’ho motivato in sede parlamentare e governativa, l’ho reso pubblico come contributo alla riflessione.

Giungere alla verità ed ottenere giustizia per Giulio è un imperativo per ognuno di noi e lo Stato deve fare di tutto per pretenderle, con fermezza e perseveranza, senza alcun cedimento. L’Italia ha dato un segnale forte con il richiamo dell’ambasciatore. Ma ad un anno e mezzo dal ritrovamento del corpo martoriato il raggiungimento della verità rimane in mano alle procure egiziana e italiana che continueranno ad avere periodi di collaborazione e periodi di stallo, che potrebbero prolungarsi per molti anni ancora. Fino a quando? Nella nostra Italia mancano verità dopo decenni di indagini. È stato anche giusto pretendere sostegno da parte europea, essendo Giulio anche culturalmente un cittadino europeo, ma ancora una volta abbiamo verificato il debole grado di solidarietà tra gli stati dell’Unione. Occorreva quindi aggiungere altro, non limitato alle severe dichiarazioni nelle sedi internazionali ed alla pur straordinaria mobilitazione della pubblica opinione.

Ho firmato anch’io l’appello delle organizzazioni dei diritti umani e faccio parte da sempre del mondo che li promuove, li difende ed è solidale con chi li vede quotidianamente calpestati. La realtà dell’Egitto è indescrivibile: decine di migliaia i detenuti politici, persone scomparse, torturate e massacrate, ristretta libertà di stampa, severi controlli su decine di migliaia di ong e associazioni. Su tutto questo non si deve chiudere gli occhi, mai, ma continuare a denunciare e agire. Con il passare del tempo e con la mancanza di significativi progressi nelle indagini è però cresciuta in me la convinzione che l’Italia dovesse rimandare al Cairo il proprio ambasciatore.

Diventava evidente che l’interruzione dei rapporti diplomatici non rappresentasse più l’arma migliore per premere sul governo egiziano ai fini della verità e che anzi contribuisse ad un’attesa inconcludente e indefinita nel tempo, con il rischio di divenire un gesto politico sempre più fiacco e inutile. Il ritorno ‘attivo’ dell’ambasciatore sarebbe stato invece, a mio avviso, uno strumento per esercitare meglio e in modo diretto, anche conflittuale, le necessarie pressioni, a fianco e a sostegno dell’azione della magistratura.

Non si sarebbe trattato di una ripresa della normalità, una prescrizione de facto dell’orrendo delitto commesso. Al contrario, una rappresentanza autorevole come quella dell’ambasciatore Cantini, con un mandato fermo del nostro governo, sarebbe potuta intervenire non solo agendo sulla procura generale ma anche sulle autorità egiziane ai vari livelli istituzionali. La riapertura delle relazioni diplomatiche avrebbe permesso al tempo stesso la ripresa di contatti tra ministri egiziani e italiani e tra membri dei due parlamenti, moltiplicando l’azione di pressione. Anche la parallela presenza a Roma dell’ambasciatore egiziano avrebbe consentito una pressione costante, indispensabile allo scopo.
Ora che la decisione è stata presa sarebbe disdicevole che la presenza al Cairo dell’ambasciatore continuasse ad essere contrastata o usata a fini di lotta politica interna. Due condizioni possono a mio avviso aiutare a superare, almeno in parte, la controversia: il preciso mandato politico e la definizione di significative azioni positive. Da un lato, iniziative da dedicare a Giulio Regeni, al fine di ricordarlo, onorarlo e ricordare continuamente, in Egitto, la necessità di verità e giustizia, tenendo costantemente alta l’attenzione. Oltre all’Università italo-egiziana e all’auditorium dell’Istituto italiano di cultura al Cairo, come si legge nel comunicato del ministro Alfano, si potrebbero a lui intitolare premi per tesi di laurea, programmi di formazione e scambi universitari, borse di studio, iniziative a favore di start-up di giovani egiziani come lui ed altre che le realtà italiane presenti in Egitto potrebbero a loro volta sostenere e moltiplicare. Dall’altro lato, interventi di cooperazione finalizzati all’affermazione e tutela dei diritti umani e della dignità della persona, al fine di continuare ad affermarne l’importanza e la priorità: dalla formazione di magistrati, pubblici ministeri, operatori di polizia, alle iniziative a sostegno delle minoranze, delle fasce più vulnerabili, della libertà di espressione e di associazione, della partecipazione delle donne alla vita politica e al sistema giudiziario, della good governance a livello territoriale e nazionale.
Il ritorno dell’ambasciatore non deve essere quindi un segnale di debolezza o di cedimento ma una ferma, tenace e chiara azione di pressione politica e di permanente attenzione, favorendo al contempo i diritti umani nel Paese: quei diritti che sono stati negati a Giulio e che continuano ad essere negati quotidianamente e brutalmente. Solo lo scambio dei due ambasciatori può permettere la ripresa di incontri bilaterali ad ogni livello, moltiplicando l’azione e la pressione per la verità su Giulio e per i diritti fondamentali in Egitto.
Non ho mai sottovalutato, poi, che sono la difficile situazione internazionale, le crescenti tensioni che minacciano la pace e la sicurezza, la questione libica, la complessità delle migrazioni mediterranee a richiedere che i rapporti tra gli stati dell’area si sviluppino con costanti relazioni e partenariati, pur basati sulla franchezza, l’esigenza di verità e la fermezza in merito al rispetto dei diritti fondamentali della persona e ai processi da mettere in atto per poterli garantire.

AVVENIRE, 22 agosto 2017, pg. 3

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.