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21 Ago 2021

SOCIETA’ CIVILE. DALLA CRISI AFGANA DUE CONSIDERAZIONI

Afghanistan. LINK 2007. Due considerazioni indirizzate al governo, ai partiti italiani ed alle istituzioni europee.

Varie Ong hanno cercato di rispondere alle necessità di una popolazione che stava costruendo la propria strada di libertà e progresso lungo i due decenni passati. L’hanno fatto agendo insieme ad organizzazioni e comunità afgane. È proprio questa esperienza, umana innanzitutto, di cooperazione e di partenariati intensamente vissuti che ci ha permesso di esprimerci e di interloquire schiettamente con la politica in quegli anni, che ha spinto ora le tre reti delle Ong italiane a chiedere al ministro Di Maio, che si è reso disponibile al confronto, una coordinata azione per l’evacuazione e l’accoglienza delle persone a rischio, che ci legittima a condividere alcune riflessioni e richieste che indirizziamo al governo, ai partiti italiani ed alle istituzioni europee.

  1. Afghanistan: la necessità di una visione d’insieme, sull’oggi e sul domani.

Cosa avrebbe potuto produrre un’immediata missione europea a Kabul, guidata dall’Alto rappresentante Josep Borrel, per verificare le intenzioni dei nuovi dirigenti taliban, per negoziare una trattativa sull’ordinata evacuazione di persone disperate, sull’applicazione delle aperture e libertà pubblicamente annunciate nella prima intervista televisiva del loro portavoce Zabihullah Mujahid e sull’interpretazione della sharia rispetto agli anni passati e ad altri paesi che la applicano e con i quali l’Italia mantiene rapporti? “Non ci vendicheremo con nessuno … il nostro territorio non verrà usato per minacciare nessun paese … faremo un’amnistia e le ambasciate e le ong saranno al sicuro … rispetteremo i diritti delle donne sotto il sistema della sharia e lavoreranno spalla a spalla con noi”: sono parole da non sottovalutare, nonostante i primi segnali di brutali diffuse rappresaglie e la poca credibilità degli interlocutori.

Cosa avrebbe prodotto una scelta dell’Ue e dei governi europei di continuare tutti insieme a tenere aperte le proprie ambasciate a Kabul, richiamando gli ambasciatori ma lasciando gli incaricati di affari, come si usa normalmente nei paesi coi governi non riconosciuti? Oltre ad essere rilevanti testimoni e ad esprimere un ruolo europeo (che non esiste) nella nuova complicata situazione, non avrebbero da subito potuto creare occasioni di dialogo, negoziazione e pressione sui nuovi governanti? Per la protezione delle persone a rischio, il sostegno a quanti hanno lavorato per un Afghanistan più libero nei venti anni passati, la programmazione di aiuti alle comunità più vulnerabili da parte delle agenzie dell’Onu e delle ong umanitarie insieme alla continuazione dei servizi essenziali, fino all’appoggio delle istanze di tanti afgani e afgane che chiedono di non essere esclusi ed emarginati dai nuovi governanti. La società afgana è molto cambiata rispetto al 2001, con una nuova generazione che si è affermata, ha sviluppato rapporti internazionali ed è capace di dialogare e farsi rispettare. I Taliban – molti dei quali anch’essi di nuova generazione – difficilmente possono non tenerne conto.

Certo, ciò che gli afgani hanno subìto sotto il regime taliban e a causa delle loro rappresaglie su persone innocenti, perfino scuole e ospedali, è orribile e inaccettabile. Come lo sono gli attuali episodi di quotidiana violenza, angheria e caccia a donne e uomini arbitrariamente ritenuti traditori. Orrore. Vanno decisamente condannati, auspicando che non si ripetano. Ma “come fare perché gli auspici diventino realtà?” si è chiesto Josep Borrel di fronte al Parlamento europeo.

Dialogo, negoziazione, apertura di canali di dialogo con tutte le parti in conflitto è un esercizio che le organizzazioni umanitarie sono abituate a compiere ogniqualvolta possibile. Per l’Afghanistan, rivelatosi improvvisamente molto più complesso e complicato di ogni possibile previsione, sarebbe stato utile a nostro avviso che anche la politica ne capisse l’importanza e l’immediata doverosa fattibilità, con qualche rischio certo, ma ben più accettabile dell’umiliazione che le immagini della sofferenza, angoscia e disperazione di migliaia di persone in fuga hanno trasmesso con tanta forza.

Dialogare, negoziare con i Taliban (non è una novità, lo si sta facendo comunque da molto tempo, riconoscendo il grado di consenso di cui godono) non significa riconoscerli o legittimarli politicamente ma potrebbe significare qualche importante immediato progresso per la protezione e la libertà delle persone che unanimemente affermiamo di volere tutelare. Condividiamo, perché le abbiamo sperimentate in prima persona, le parole di Filippo Grandi, Alto commissario per i rifugiati: “Non tutti i nostri interlocutori ci piacciono, ma sono quelli che abbiamo e dobbiamo lavorare con loro. In questo momento ci si appiglia, con un po` di opportunismo, alle evacuazioni, ripeto dovute e sacrosante, ma fra poco finiranno. Dopodiché occorrerà costruire questa relazione e usarla per far pressione sulle cose a cui teniamo”.

Alcune attività avviate in Afghanistan, come ad esempio quelle del settore della salute, stanno continuando tuttora, anche perché da sempre aperte a tutti, ma gli operatori sanitari, donne e uomini, devono essere sostenuti. È difficile sapere se e come potranno continuare ad operare le organizzazioni partner per non disperdere gli importanti progressi realizzati ma dobbiamo sostenerle come ci indicheranno appena passata questa fase di grandi incertezze. Direttamente e forse anche spalleggiandole per quanto possibile di fronte alle nuove figure istituzionali nazionali e territoriali, senza timore di aprire canali di dialogo con loro. Con loro si dovrà parlare: ci piaccia o meno.

Alla politica è ora richiesto di farsi sentire, con coraggio, mostrando capacità di iniziativa, con intelligenza e senza paure, aprendo canali di dialogo, uscendo dall’immediato interesse di parte. Il presidente Mario Draghi può dare un segnale in questo senso, nel governo e nell’Ue. Anche la sua iniziativa per una riunione sull’Afghanistan del G20 – dove sono presenti paesi con differenti rapporti con il nuovo regime – per potere riannodare qualcuno dei fili che le relazioni internazionali hanno strappato al multilateralismo è di grande importanza e rappresenta una capacità di leadership di cui c’è grande bisogno.

  1. Migrazione e rifugio: la politica deve sapere uscire dall’approccio emergenziale e dalla propaganda

L’evacuazione del personale afgano delle ambasciate, dei contingenti militari, di ong o di organizzazioni dei diritti umani, dell’informazione, della promozione delle donne e altre attività invise al nuovo regime, le scene delle migliaia di persone alla ricerca di una via di fuga all’aeroporto di Kabul e la previsione delle decine di migliaia che appena possibile lasceranno il paese, riportano la questione della migrazione e della protezione internazionale all’attenzione della politica in Italia e in Europa.

Accogliere, non accogliere. Accogliere ma solo donne e bambini sfasciando le famiglie (che però rimangono centrali nelle politiche nazionali). Accogliere nei paesi confinanti (che già accolgono cinque milioni di afgani). E così via. Sia in Italia che in Europa le contrapposizioni si amplificano, insieme a quelle sull’accoglienza degli afgani che premono da anni alle nostre frontiere in condizioni disumane, sulla sospensione delle espulsioni verso l’Afghanistan, sull’accettazione delle richieste di asilo pendenti. La contrapposizione politica rischia così, ancora una volta, di primeggiare rispetto al cuore del problema: la protezione, l’accoglienza, la dignità delle persone e l’impegno comune per poterle garantire.

Occorre che la nostra Europa si decida ad affrontare nella sua complessità la realtà migratoria odierna, definendo le indispensabili regole condivise per una migrazione sicura, ordinata, regolare, uscendo definitivamente dalle misure strumentali e spudoratamente elettorali che la stanno da troppo tempo ingabbiando. I governi europei, a partire da quello italiano, devono assumere nel Consiglio Ue le necessarie decisioni politiche per non trovarsi ogni volta ad affrontare in modo improvvisato ed emergenziale una realtà che ci riguarda stabilmente. E per non continuare ad assumere decisioni monche, talvolta strumentali, senza coordinamento, senza visione e programmazione comuni, chiudendosi nei propri confini e comunicando l’ipocrisia della salvaguardia dei propri valori e cultura.

Si tratta di un tema vitale per le nostre società che dovrebbe spingere tutti a trovare un denominatore comune per definire una politica complessiva e lungimirante per il governo dei movimenti migratori, compresa la richiesta di protezione e asilo, che non sia limitata alla sicurezza, al controllo, ai respingimenti. Un comune denominatore che garantisca da un lato le legittime differenti convinzioni, sensibilità, priorità e scelte politiche, e dall’altro le mantenga lungo un comune filo conduttore indipendentemente dalle opzioni degli alternanti governi, contribuendo alla definizione di normative europee e nazionali coerenti, a partire dall’Italia che ne ha urgente bisogno.

Se la mobilità umana non è eliminabile, può però essere governata e regolata. Allo stato attuale del multilateralismo e di certo malinteso sovranismo non sembra pensabile definire disposizioni vincolanti. È però possibile dotarsi di un approccio comune, coerente, che riprenda i principi fondamentali e le convenzioni che la comunità internazionale ha adottato, che rappresentano le fondamenta e la base giuridica della comune convivenza.

Nell’ambito delle Nazioni Unite, dopo due anni di intenso percorso di consultazione e negoziati intergovernativi, è stato adottato nel 2018 – parallelamente al “Patto globale sui rifugiati” a cui l’Italia ha aderito – il “Patto globale per una migrazione sicura, ordinata e regolare”. Il governo e il parlamento italiani hanno preso tempo per potere approfondire e decidere. A nostro avviso è giunto il momento di riprenderlo e di adottarlo come ha già fatto la quasi totalità del paesi europei e lo chiediamo al governo e a tutte le forze politiche. Non ha carattere di obbligatorietà ma indica un possibile percorso comune e conviene all’Italia: come riferimento per una definizione complessiva e lungimirante della propria politica migratoria; come strumento per rafforzare le proprie ragioni nelle negoziazioni con gli altri paesi europei e nella definizione di una politica comune europea; come tramite per facilitare le trattative nella definizione degli accordi bilaterali con i paesi di provenienza e di transito che occorre moltiplicare nel prossimo futuro.

Di fronte a quanto l’Afghanistan e la sua gente stanno vivendo, di fronte al mondo che ‘brucia’ con sempre nuovi incendi politici e nuovi esodi di persone, alla Politica – a quella italiana in primis, anche per meglio incidere su quella europea – è richiesto un sussulto ed è richiesta quell’indispensabile assunzione di responsabilità che finora non ha saputo esprimere, rendendo malato il nostro paese. La società civile continuerà a fare la sua parte, pronta a contribuire ad ogni iniziativa in questo senso.

Roberto Ridolfi, presidente di LINK 2007

Pubblicato in VITA 

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.