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25 Nov 2019

MEMORANDUM DI INTESA ITALIA-LIBIA. UN DECALOGO DI RIFERIMENTO

25 Novembre 2019, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

 

Il governo italiano ha deciso di rinnovare il memorandum di intesa Italia-Libia per altri tre anni, annunciando l’intenzione di proporre modifiche da concordare bilateralmente prima del 2 febbraio 2020, termine del primo triennio. Le comunicazioni alla Camera, sia del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale che della ministra dell’Interno, hanno formalizzato tale decisione ed è stata annunciata la disponibilità della parte libica.

I. Rinnovo con modifiche e maggiore trasparenza

Pur conoscendo le inumane efferatezze quotidianamente commesse in Libia con il tacito consenso istituzionale, avevo auspicato questa soluzione e ne ho motivato le ragioni in una Nota su Vita il 28 ottobre scorso, preferendola all’altrettanto motivato rifiuto dell’intesa sostenuto anche da persone che stimo. E’ indubbio che, così com’è, il memorandum sia politicamente e umanamente inaccettabile. Link 2007 ne aveva subito evidenziato i limiti. Dopo tre anni la situazione in Libia è cambiata, con una guerra in corso, nuove distruzioni, ulteriori decine di migliaia di sfollati, situazioni e fatti esecrabili emersi nella loro chiarezza e crudezza. Ma l’analisi deve tenere presente anche altro. Le persone più vulnerabili in Libia trarrebbero forse maggiore beneficio dalla disdetta del memorandum? Ne deriverebbero più grandi speranze per la fine o l’attenuazione dalle loro sofferenze? Ci sarebbe maggiore spazio per l’azione umanitaria, il rispetto dei diritti umani, il rafforzamento istituzionale, il dialogo tra le parti? Conoscendo i contesti di conflitto, instabilità, violenza, la mia risposta è no.

Anche dal punto di vista politico, la disdetta rappresenterebbe una svolta negativa nei rapporti bilaterali. L’Italia ha preteso di avere un peso politico riconosciuto nella stabilizzazione e pacificazione della Libia, per interessi di vicinanza e strategici. Ha però gradualmente perso terreno, concentrandosi perlopiù sul contrasto all’immigrazione, lasciando così spazio ad altri attori e interessi, proprio davanti all’uscio di casa. Si tratta di una debolezza politica che l’Italia rischia di pagare nel prossimo futuro se non punta ad un rinnovato e deciso impegno per contribuire attivamente alla cessazione delle ostilità in Libia, la stabilizzazione, la pacificazione, la governance, dalle quali dipende anche il buon o cattivo governo della realtà migratoria, oltre che il rispetto dei diritti umani. La programmata conferenza di Berlino sulla Libia, con il coinvolgimento di molti attori internazionali, potrebbe aprire qualche spiraglio in questo senso. Ma il ruolo politico dell’Italia dovrebbe rimanere primario ed inserirsi in un ambizioso patto euro-africano che metta al centro il Mediterraneo, restituendogli la sua naturale dimensione connettiva.

Nella complessità e problematicità libica solo le intese possano produrre qualche cambiamento. Magari limitato rispetto alle tante aspettative, ma mai da sottovalutare. Pretendere, come sarebbe auspicabile, di modificare tutto in tempi brevi, forzando la realtà, rischia di non produrre alcun effetto duraturo. La Somalia del post Siad Barre (1991) insegna, con i suoi venti anni di scontri tra war-lords, una dozzina di conferenze di pace e le fragili istituzioni che ne sono derivate, che ancora controllano solo parti di territorio, grazie a truppe dell’Unione africana, addestramento europeo, supporto Onu e interventi Usa.

  • Il memorandum nel suo contesto

Il memorandum del 2 febbraio 2017 non è un trattato ma un’intesa. Cioè, un accordo di cooperazione bilaterale derivato in particolare dalla situazione vissuta dall’Italia tra il 2015 e il 2016, quando gli sbarchi di migranti e l’attività dei trafficanti erano al loro apice, con un’allarmante punta di 12 mila persone in 48 ore a fine giugno 2016. Il riferimento principale è infatti, fin dal primo articolo, al “sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti”.

Era anche il periodo degli attacchi alle Ong per i salvataggi in mare e della crescente indifferenza e assuefazione delle istituzioni alla morte dei migranti, cinicamente espressa perfino in alcune commissioni parlamentari nel 2017. Ho scritto ed è stato scritto molto dalle reti di Ong e Osc in quel periodo in merito all’assoluto dovere dei salvataggi che riguarda tutti e non solo le Ong, gli illeciti respingimenti in Libia nei centri di detenzione, le condizioni inumane di tali centri, il traffico di esseri umani col coinvolgimento di parte delle istituzioni libiche, la necessità di governare e regolare con intelligenza la realtà migratoria in chiave nazionale ed europea nel rispetto dei diritti umani… Si tratta di un bagaglio di analisi e riflessioni che mi spinge ora a suggerire alcune necessarie modifiche al memorandum di intesa.

La premessa evidenzia le sue finalità: “trovare soluzioni all’immigrazione clandestina” e lottare contro terrorismo, tratta degli esseri umani e contrabbando di carburante. In particolare, “soluzioni urgenti” per chi attraversa la Libia per recarsi in Europa via mare, predisponendo campi di accoglienza temporanei, sotto “l’esclusivo controllo del ministero dell’Interno libico”, in attesa del rimpatrio o del rientro volontario nei paesi di origine; rafforzare il controllo e la sicurezza dei confini libici, terrestri e marittimi. Il tutto inquadrato all’interno degli “obblighi derivanti dal diritto internazionale consuetudinario e dagli accordi che vincolano le Parti, tra cui l’adesione dell’Italia all’Unione Europea (e quindi – aggiungiamo – anche alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione), nell’ambito degli ordinamenti vigenti nei due Paesi”.

  • Uscire dall’opacità e garantire trasparenza

Sono i  primi cinque articoli a definire gli impegni:

  1. sostegno alle istituzioni di sicurezza e militari al fine di arginare i flussi di migranti illegali e affrontare le conseguenze da essi derivanti;
  2. sostegno e finanziamento a programmi di crescita nelle regioni colpite dal fenomeno dell’immigrazione illegale, in settori quali sanità, energie rinnovabili, infrastrutture, trasporti, sviluppo delle risorse umane, insegnamento, formazione del personale, ricerca scientifica;
  3. supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina (guardia di frontiera e guardia costiera del ministero della Difesa; organi e dipartimenti competenti del ministero dell’Interno);
  4. completamento del sistema di controllo dei confini terrestri del sud della Libia (come previsto dal Trattato di amicizia del 30 agosto 2008);
  5. adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza già attivi nel rispetto delle norme pertinenti e fornitura di medicinali e attrezzature mediche per i centri sanitari di accoglienza dei migranti irregolari;
  6. formazione del personale libico all’interno dei centri di accoglienza e sostegno ai centri di ricerca che operano nel settore;
  7. sostegno alle organizzazioni internazionali presenti e che operano in Libia nel campo delle migrazioni;
  8. avvio di programmi di sviluppo nelle regioni colpite da immigrazione illegale, traffico di esseri umani e contrabbando, in funzione di sostituzione del reddito;
  9. collaborazione in una visione di cooperazione euro-africana per eliminare le cause dell’immigrazione clandestina, al fine di sostenere i paesi d’origine nell’attuazione di progetti strategici di sviluppo, migliorando il tenore di vita e le condizioni sanitarie e contribuendo alla riduzione di povertà e disoccupazione;
  10. impegno ad interpretare e applicare il memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due paesi siano parte.

Esaminando il passato triennio di attuazione è evidente che il memorandum ha riguardato soprattutto l’unico punto di vero interesse per l’Italia, quello di arginare i flussi migratori illegali via mare. Opacità e poca trasparenza ne hanno inoltre contraddistinto l’attuazione, anche se accompagnata da alcune iniziative di aiuto e assistenza umanitaria, comunque limitate e poco efficaci.

II. Alcuni indispensabili cambiamenti

Nella precedente nota di fine ottobre evidenziavo come la crisi libica è umanitaria ma è soprattutto una grave crisi dei diritti umani, ignorati, disprezzati, calpestati da crimini intollerabili, oltre che crisi politica e di governance. Ripartendo dalle analisi ivi contenute, mi limiterò ad alcune proposte in vista del rinnovo del memorandum di intesa.

Il governo di accordo nazionale libico ha avviato i suoi lavori nel marzo 2016. Se da un lato chiede il riconoscimento e la legittimazione internazionale nel rappresentare il proprio paese, dall’altro deve dimostrare di essere all’altezza del compito che gli è stato affidato con l’accordo firmato a Skhirat nel dicembre 2015 sotto l’egida delle Nazioni Unite. Pur con le divisioni e contrapposizioni alimentate da diffusi poteri armati, i gravi problemi interni non possono giustificare l’inerzia e il disinteresse sui diritti fondamentali e la dignità di ogni essere umano. E non possono giustificare le fievoli pressioni degli altri governi, compreso quello italiano, perché tali diritti e dignità siano garantiti.

1  –  Rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni persona

E’ legittimo che tra due Stati ci possano essere intese per regolare o anche limitare i flussi migratori. Ma ciò non può essere fatto delegando responsabilità che non possono essere delegate e ignorando trattati e convenzioni internazionali che obbligano entrambi i paesi al rispetto della sacralità della vita e dei diritti umani. Gli articoli del memorandum citano solo una volta le parole ‘diritti umani’ inserendole nell’ “impegno ad interpretare e applicare il memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte”; precisando quanto già affermato nella premessa.

La responsabilità per il rispetto di tali diritti fondamentali è quindi grande, tassativa, indubbia e il governo italiano non può assolutamente derogarvi: glielo impone innanzitutto la Costituzione e deve esigerne il rispetto anche dal paese partner. Lo stesso vale per il governo libico. E’ sorprendente infatti l’elenco delle ratifiche e adesioni della Libia a convenzioni e trattati internazionali tuttora validi e impegnativi. Se la ratifica è legalmente vincolante, con l’adesione si accetta di diventare parte di un trattato, con effetti giuridici sostanzialmente pari a quelli della ratifica (Ohchr). C’è quindi molta materia per potere agire sulla Liba al fine del rispetto della dignità di ogni persona.

Ne ho pubblicato recentemente un lungo elenco con le date di ratifica o adesione da parte libica. Di seguito (con i relativi collegamenti web) i trattati e le convenzioni più importanti, che il governo libico e quello italiano non possono far finta di non conoscere:

La Libia non ha aderito alla Convenzione di Ginevra e al Protocollo sui rifugiati. Vi hanno però aderito i paesi occidentali tra cui la quasi totalità di quelli Ue: è quindi loro dovere applicarli e premere per la loro applicazione in ogni occasione. Avendo comunque la Libia ratificato la Convenzione dell’Unione africana sui rifugiati in Africa, è auspicabile che nel prossimo futuro possa ratificare anche la convenzione di Ginevra. In ogni caso, l’attuale non adesione significa che la Libia non riconoscerà rifugiati sul proprio territorio ma non che debba inevitabilmente impedire che le organizzazioni Onu possano farlo provvedendo al loro trasferimento nei paesi firmatari disponibili, anche con corridoi umanitari in collaborazione con altri soggetti.

Se il governo libico chiede una legittimazione internazionale, deve innanzitutto dimostrare di fare tutto il possibile per rispettare gli impegni internazionali assunti. Lo stesso obbligo riguarda in particolare l’Italia e gli altri paesi europei nelle loro relazioni di cooperazione con la Libia. Sempre che non vogliano abbrutirsi, tradendo le loro stesse costituzioni ed i valori europei.

Ecco quindi il primo punto che, con il rinnovo del memorandum di intesa, deve essere tenuto presente. Non è un optional, ma la base su cui deve fondarsi la collaborazione tra i due paesi. Sapendo che ne guadagnerebbero entrambi.

2  –  I centri di detenzione governativi

Al momento, 600-700 mila immigrati vivono nelle aree urbane facendo parte dell’economia libica, vivendone gli alterni andamenti e le attuali difficoltà di assorbimento di nuove braccia. Circa 5 mila sono quelli rinchiusi in più di venti centri governativi, dato che l’immigrazione irregolare è considerata un reato. Le vulnerabilità sono diffuse ovunque e la guerra interna, provocando nuovi sfollamenti, le sta aggravando di mese in mese.

I centri governativi sono strutture detentive che fanno capo al ministero dell’Interno ma sono gestite al di fuori di ogni principio di legalità e in modo totalmente arbitrario. E’ da menzionare che strutture detentive simili sono purtroppo la normalità anche in molti altri paesi, e non solo in Africa. I problemi di questi centri riguardano, oltre all’assoluta arbitrarietà della detenzione, le degradanti condizioni di vita, le crudeltà, gli abusi, la corruzione e i predominanti interessi personali e di clan che un governo debole e in guerra ha serie difficoltà ad affrontare da solo. E’ necessario il supporto dell’Onu e dei paesi interessati per contribuire al loro miglioramento, a partire dalla particolare attenzione alla protezione dei minori, delle donne, dei più deboli e bisognosi, ed alla progressiva chiusura e sostituzione con strutture sotto il controllo del ministero della Giustizia sulla base dello Stato di diritto, del principio di legalità e del giusto processo. Un supporto al ministero della Giustizia ed alle autorità giudiziarie potrebbe essere richiesto dal governo libico all’Ohchr, Ufficio Onu per i diritti umani, oppure alla Corte Africana o alla Commissione Africana sui diritti umani e dei popoli.

Non sarà facile ma si dovrà procedere, passo dopo passo. Occorrerà affrontare e superare molte difficoltà e digerire bocconi amari ma inevitabili, quali prevedere forme di compensazione degli interessi che si sono consolidati negli anni intorno ai centri, che per alcuni costituiscono l’unica fonte di reddito. E’ una strada obbligata per il governo libico nel processo di stabilizzazione, che dovrebbe quindi essere definita e calendarizzata nelle sue tappe.

Con il miglioramento delle strutture esistenti e della condizioni di accesso per le organizzazioni umanitarie internazionali (a cui potrebbe esserne delegata, ove fattibile, la stessa gestione), i centri governativi dovrebbero garantire:

  1. una detenzione più rispettosa della dignità umana, con riferimento particolare a donne e bambini, che dovrebbero essere autorizzati a lasciare i centri, non esistendo alcun motivo per la loro reclusione;
  2. l’organizzazione di programmi con l’Oim, il sistema della Croce rossa e Mezzaluna rossa e altre organizzazioni riconosciute, per il ritorno assistito di coloro che, delusi dal sogno migratorio, chiedono di essere aiutati a ritornare a casa;
  3. la valutazione con l’Unhcr delle richieste di protezione internazionale, distribuendo nei paesi disponibili in Africa e negli altri continenti le persone selezionate;
  4. la libera scelta del migrante di rimanere in Libia per lavoro o di procedere autonomamente per altre possibili mete consentite.

Occorre distinguere i centri governativi dai lager illegali dove si compiono efferate atrocità ai danni di prigionieri-schiavi, spesso venduti, brutalmente torturati per estorcere riscatti ai parenti, nella quotidianità degli stupri ed altre violenze sessuali. Sono assolutamente da combattere ed eliminare; ma finché non si arriverà alla stabilizzazione del paese, difficilmente potranno essere contrastati e soppressi colpendo i criminali e i miliziani che li gestiscono.

3  –  La guardia costiera libica

La cooperazione con la guardia costiera libica fa parte del “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina e del controllo dei confini”. Come ormai si sa, nella guardia costiera e in altri organismi libici incaricati della sicurezza ci sono persone conniventi con coloro che dovrebbero contrastare. Pur trattandosi di situazioni che si registrano comunemente nei contesti di conflitto e prolungata instabilità, non possono essere tollerate a lungo da governi sotto l’egida dell’Onu, come quello libico, a cui è affidato il compito della stabilizzazione e pacificazione. Né possono essere tollerate dai governi chiamati a contribuire a questo processo di normalizzazione e nuova governance.

Ho conosciuto alcune realtà di ‘stati fragili’, condizionati da influenze esterne e con profonde lesioni interne, contraddizioni, feroce prepotenza ed estrema impotenza. Sono lesioni che per guarire richiedono tempo ma soprattutto istituzioni riconosciute, forti e credibili. Serve in ogni caso avere chiari e definiti gli obiettivi, il cammino, gli aiuti necessari, l’impegno per riuscirci, la direzione che tutti dovrebbero seguire. Spesso, chi dice di “sostenere” si limita, in realtà, ai propri interessi e obiettivi, anche non coincidenti con quelli del paese “sostenuto”. Succede anche in Libia, dove alcuni Stati “sostenitori” influenzano le scelte seguendo direzioni che continuano a dividere invece di unire il paese.

I casi inquietanti che sono stati rilevati in alcuni reparti della guardia costiera libica rientrano in queste “lesioni profonde” che richiedono tempo e aiuto per guarire. Il primo articolo del memorandum prevede che “la parte italiana si impegna a fornire supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina, che sono rappresentati dalla guardia di frontiera e dalla guardia costiera del Ministero della Difesa”. E’ questa che più interessa all’Italia. Il supporto tecnologico, in particolare la fornitura di motovedette equipaggiate e la relativa assistenza tecnica, ha dimostrato di non bastare, avendo creato situazioni in contrasto con i diritti umani fondamentali, il rispetto della vita e della dignità delle persone, la protezione dei più vulnerabili, donne e bambini in particolare.

E’ necessario prevedere, nella revisione dell’intesa, che il supporto tecnologico sia affiancato, per tutto il triennio, da ulteriore formazione del personale in particolare per quanto riguarda le operazioni in mare. La guardia costiera italiana ha un’esperienza incomparabile nel controllo della frontiera e dei movimenti marittimi, nei salvataggi delle persone e nella loro assistenza medica e psicologica. E ha un’etica umana e militare che l’hanno resa autorevole. Alla guardia costiera libica sarebbe di grande utilità richiedere questo addestramento formativo-operativo dei colleghi italiani che, oltre all’approfondimento delle conoscenze tecniche, svilupperebbero percorsi per operare con professionalità e sicurezza, fondati sul patrimonio di competenze della guardia costiera e delle capitanerie di porto italiane, sul senso del dovere e della responsabilità verso chiunque si trovi in mare, sul severo rispetto della legge e delle convenzioni internazionali, in particolare il diritto umanitario, il diritto del mare, la convenzione SAR di Amburgo. E’ anche la via per assicurare che le eventuali operazioni SAR libiche non escano dai binari della legalità e del rispetto dei diritti umani e si colleghino con le organizzazioni umanitarie internazionali, coinvolgendole sempre in eventuali sbarchi in Libia delle persone salvate, ai fini dell’assistenza umanitaria e sanitaria e della protezione, che devono essere da subito predisposte e assicurate.

La collaborazione bilaterale italo-libica non può però riuscire a contrastare da sola, nel Mediterraneo, la criminalità del traffico illecito di petrolio e di armi da guerra, che è spesso legata al traffico di migranti. L’Ue non è riuscita a dare continuità e rafforzare l’operazione Sophia-EunavforMed. Si è trattato di un calcolo sbagliato da parte degli Stati membri, che ha favorito le mafie e i trafficanti nostrani e la loro indisturbata collaborazione con quelli nordafricani. C’è da augurarsi che venga presto avviata una nuova e più attrezzata missione europea nel Mediterraneo in accordo e collaborazione con i paesi costieri. Ogni traffico criminale nel Mediterraneo riguarda anche l’Europa e la sua sicurezza: la politica lo ribadisce a parole ma non riesce a tradurlo nei fatti.

4  –  Una nuova cooperazione di qualità e un decalogo di riferimento

A causa dell’avventata e deleteria arroganza politica di alcuni paesi, la Libia del dopo Gheddafi si è trovata in grandi difficoltà, che si sono aggravate a causa di continue influenze esterne disgregative che alimentano il conflitto armato e la destabilizzazione. Non può farcela da sola. Ha bisogno del sostegno internazionale e dell’Ue in particolare. La cooperazione è quindi indispensabile. Ma deve basarsi su alcune condizioni in merito ai diritti umani e l’attenzione ai più bisognosi e vulnerabili. Che per giunta possono essere di grande rilievo politico per il governo libico e per la sua autorevolezza. Per favorire la stabilità, dovrà essere una cooperazione da attuarsi in modo coordinato, a partire dei paesi Ue, al fine di potere garantire maggiore efficacia e risultati duraturi. Sarebbe un auspicabile risultato della prossima conferenza di Berlino che, però, stenta ad essere definita.

Per quanto riguarda il rapporto Italia-Libia, dovrà trattarsi, in modo graduale ma determinato e trasparente, di una cooperazione che:

  1. Sia vincolata al rispetto dei diritti umani, la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, la tutela dei minori, la protezione delle donne, il divieto di tortura e altri trattamenti crudeli o degradanti, come stabilito dai trattati e convenzioni che obbligano entrambi i paesi.
  2. Si inserisca nel più ampio impegno politico dell’Italia per contribuire attivamente alla stabilizzazione e pacificazione, senza le quali ben pochi passi potrebbero essere fatti in tema di protezione e di diritti umani, assumendo un ruolo ancora più propositivo a livello europeo e mediterraneo.
  3. Prema bilateralmente perché, almeno tra i paesi Ue, in questo difficile percorso di stabilizzazione, si agisca in modo coordinato, senza più ipocrisie, richiamando alla responsabilità la Comunità internazionale e tenendo in considerazione le priorità libiche. E chieda un maggiore sostegno finanziario dell’Ue per rafforzare l’attuazione delle politiche di stabilizzazione, di lotta ai traffici criminali, di collaborazione con gli Stati frontalieri lungo le rotte migratorie e con quelli di origine dei flussi, avvalendosi dell’autorevole e preziosa iniziativa politica dell’Unione africana.
  4. Si sviluppi garantendo il riconoscimento, il sostegno, la possibilità di accesso e di azione delle organizzazioni internazionali che operano nel campo delle migrazioni e dell’assistenza umanitaria, in particolare Unhcr, Oim, Federazione internazionale di Croce rossa e Mezzaluna rossa e organizzazioni ad esse collegate.
  5. Da parte libica preveda che i centri di detenzione temporanea siano posti sotto l’autorità del ministero della Giustizia e siano gestiti sulla base dello Stato di diritto e del giusto processo.
  6. Contribuisca all’umanizzazione dei centri detentivi migliorandone da subito le condizioni di vita, con riferimento particolare a donne e bambini che non devono rimanere reclusi; per giungere quanto prima alla loro chiusura e sostituzione con strutture più consone alla dignità di ogni persona ed alla tutela dei più vulnerabili; ove fattibile, affidandone la gestione alle organizzazioni internazionali competenti.
  7. Faciliti: i) l’organizzazione di programmi con l’Oim e altre organizzazioni per il ritorno assistito di coloro che chiedono di essere aiutati a ritornare nei propri paesi; ii) la valutazione delle richieste di protezione internazionale con l’Unhcr, ripartendo nei paesi disponibili, in Africa e negli altri continenti, le persone selezionate; iii) la libera scelta del migrante di rimanere in Libia per lavoro o di procedere autonomamente per altre mete autorizzate.
  8. Preveda di abbinare al supporto tecnologico l’addestramento formativo-operativo della guardia costiera libica per quanto riguarda le operazioni in mare, ai fini della professionalità e sicurezza, il senso del dovere e della responsabilità verso chiunque si trovi in pericolo, il rispetto delle leggi e delle convenzioni internazionali.
  9. Garantisca che ogni persona a rischio, in mare o lungo la rotta migratoria, sia salvata e assistita in conformità con i principi di umanità e le leggi e convenzioni internazionali.
  10. Sia monitorata e valutata regolarmente dal comitato misto previsto dal memorandum che dovrà, anche articolandosi in sezioni operative, garantirne la trasparenza. Una presenza specialistica non istituzionale di entrambe le parti, all’interno del comitato, potrebbe essere opportuna.

E’ un decalogo che riassume quanto illustrato e motivato nei paragrafi precedenti e che rimane aperto ad ulteriori innovazioni che possano arricchire e qualificare la cooperazione bilaterale. Un decalogo che sia la Libia che l’Italia dovrebbero assumere senza esitazioni nella revisione del memorandum di intesa, nel reciproco interesse.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.