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06 Mar 2018

I RANCORI E LA POLITICA

Due milioni e mezzo di voti persi. Che farà il PD? Il suo segretario si dimette, giustamente, pur dettando la linea e quindi posticipando le dimissioni in modo da poterla attuare e controllare fino al congresso e impedendo ogni diversa valutazione e opinione durante tutto l’iter per la formazione del governo. Può farlo, non senza conseguenze. Stando alle sue dichiarazioni, il PD dovrebbe chiudersi, rancoroso: nessun segretario reggente; avvio, dopo la formazione del governo, della fase congressuale con le primarie per la scelta del nuovo (?) segretario; decisa opposizione e nessun accordo, mai, con gli estremisti antisitema, antieropa, antipolitica.

Ci vorranno probabilmente varie settimane per avere chiarezza sul cammino di formazione del governo. Un compito difficile per il capo dello Stato, che andrebbe favorito senza preclusioni iniziali. Al PD potrebbe convenire un’opposizione severa fin da subito, per tentare un nuovo cammino e riguadagnare, pazientemente, un reale rapporto con le diverse componenti della società, mostrando maggiore attenzione ai loro reali bisogni, alle paure e angosce. Tanti gli errori su cui riflettere con umiltà, troppi i litigi, le divisioni, l’incapacità di presentarsi come squadra, esaltando le migliori risorse.

Un ritiro e una nuova fase all’opposizione, lasciando agli altri di sbrigarsela, sarebbe indubbiamente conveniente, insieme alle dimissioni del segretario del partito che ha esaurito la propria ‘spinta propulsiva’ (in cui molti, me compreso, hanno creduto con convinzione, sostenendola fino all’ultimo) e che rischia di tenere il partito fermo in un terreno paludoso e con crescenti conflitti interni. Sembrerebbe più corretto però che un partito come il PD, in questa fase così difficile per il nostro paese, non prenda a priori la decisione di escludere categoricamente qualsiasi tipo di mediazione e di accordo, prima cioè di osservare e valutare l’evoluzione delle consultazioni per la formazione del nuovo governo che il presidente Mattarella condurrà. E’ l’interesse nazionale che dovrebbe guidarne l’azione.

Non succederà ma non si può escludere: se dovesse configurarsi un’alleanza, anche indiretta, tra M5S e Lega di Salvini è pensabile che il PD rimanga a guardare senza prendere in considerazione le conseguenze per l’Italia e l’Europa? Non dovrebbe invece assumere l’iniziativa politica per trovare e proporre soluzioni politiche al M5S che impediscano tale tipo di alleanza? E’ un esempio; possono essercene altri. Le elezioni ci sono ormai state. Sarebbe improduttivo continuare a considerare, sempre e comunque, i 5S come gente improvvisata e incapace di governare, senza mai riconoscere il cambiamento istituzionale che sta avvenendo e le novità contenute nelle proposte. Vi sono ottimi parlamentari e militanti nel PD, come in altri partiti, ma anche mediocri e doppiogiochisti. Come vi sono ottimi parlamentari e militanti nel M5S a fianco di vari senza sapore. Un conto sono le differenti opinioni politiche, su cui occorre mantenere alto il confronto, anche molto aspro e conflittuale, un altro è il risentimento obnubilante e paralizzante. E in Renzi pare proprio che stia prevalendo il risentimento. E in politica non è una buona cosa.

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.