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ONG
15 Nov 2022

GOVERNARE L’IMMIGRAZIONE, NON SOLO CONTRASTARLA. A PARTIRE DAL MEMORANDUM ITALIA-LIBIA

Alcune verità, precisazioni e proposte.  

Documento di analisi e di proposta su una materia, quella dell’immigrazione, che è stata negli ultimi anni affrontata con criteri di emergenza e in modo parziale. Sappiamo che si tratta di un fatto strutturale che deve essere governato politicamente, con misure nazionali ed europee e accordi internazionali, non limitandosi al solo contrasto. Il governo dell’immigrazione richiede infatti ampia e lungimirante visione politica, unitarietà e coerenza, sintonia con gli altri paesi europei, collaborazione multilaterale, accordi con i principali paesi di provenienza dei migranti, partenariati di sviluppo e investimenti con i paesi del Continente africano separato da noi solo da un braccio di mare.

Il documento si compone di due parti: PER UNA MIGRAZIONE ORDINATA, REGOLARE E SICURA e MEMORANDUM DI INTESA ITALIA-LIBIA. È sembrato utile tenerle legate perché l’Italia è particolarmente toccata dagli arrivi di immigrati dal Mediterraneo centrale, in particolare dalla Libia.

Inserendosi nel dibattito attuale, il documento parte dalle contraddizioni che frenano la definizione di una vera ed efficace politica migratoria per indicare alcune proposte attuabili che facciano fare un salto di qualità, sia alla stessa visione politica e che alla normativa per riuscire a governare l’immigrazione in modo ordinato, regolare e sicuro. Anche perché la materia, se gestita male, rischia di incrementare tensioni sociali e politiche. 

Prima parte

PER UNA MIGRAZIONE ORDINATA, REGOLARE E SICURA

La narrazione politica sull’immigrazione si è basata spesso, negli anni, su elementi propagandistici e in parte strumentali, con visioni emergenziali che non hanno permesso di dare le giuste risposte che la complessità della materia richiede. Più di recente l’attenzione è stata concentrata sui salvataggi delle Ong in mare che rappresentano il 12% degli sbarchi, quasi volendo ignorare gli arrivi con natanti autonomi che superano il 50%, i restanti soccorsi effettuati da Frontex, Guardia costiera, Guardia di finanza, navi mercantili (dati del Ministero dell’Interno) e gli altri ingressi dalla rotta balcanica. Osservando il diritto internazionale e fedeli all’imperativo umanitario, le Ong hanno salvato ogni anno alcune migliaia di vite umane a rischio di morte. Più di 20.000 sono state le persone annegate dal 2014 al 2022 nel tratto di mare tra Libia e Italia: le Ong vogliono non aggiungerne altre, come fanno ovunque nel mondo e spesso anche in Italia, obbedendo all’imperativo umanitario. Non intendono proprio sostituirsi ai governi ma continueranno a farlo finché ci saranno persone con la vita in pericolo che chiedono aiuto.

Affrontare la realtà migratoria concentrando l’attenzione ai soli arrivi via mare ed ai trasferimenti per suddividere con altri paesi europei i richiedenti protezione internazionale (trasferimenti che vanno certamente effettuati in forza degli accordi condivisi nel giugno 2022 da 19 Stati membri e da 4 associati all’UE) significa non affrontare la materia nella sua complessità, che richiede la definizione di una normativa complessiva e coerente, che esca dalla paura dell’invasione, che non c’è e che impedisce ogni avanzamento nella definizione di politiche al tempo stesso umane e utili all’Italia e all’Europa. Da anni si ripete nelle aule parlamentari che la politica migratoria deve essere concordata con tutti i paesi, che serve un patto europeo e un’iniziativa UE più risoluta, che occorre rivedere gli accordi di Dublino sui rifugiati, che servono intese con i paesi di provenienza e che il problema dei migranti va affrontato innanzitutto in Africa.

È mancata però, a livello governativo, la definizione di una proposta che superi le sole misure di sicurezza che non hanno apportato vere soluzioni; capace di affrontare la materia nella sua interezza, coordinandola con la dimensione europea. Se fosse attuato per esempio il criterio dei ricollocamenti in base alla quantità della popolazione, vari paesi europei che hanno numeri di richiedenti protezione internazionale proporzionalmente superiori ai nostri potrebbero riversarne decine di migliaia sull’Italia. Le richieste di asilo in rapporto a 1000 abitanti sono infatti state nel 2021: Svezia 27, Malta 17, Austria 13, Germania 12, Cipro 8, Francia 5, Italia 3. Mentre i titolari di protezione già in carico erano: Germania 1,2 milioni, Francia 499 mila, Svezia 299 mila, Italia 145 mila. È quindi evidente che la complessità del tema richiede un ben diverso approccio, maggiore coerenza e il superamento di tante contraddizioni.

È importante evidenziare alcune delle contraddizioni politiche che impediscono di governare l’immigrazione.  Sottolineare la necessità di un governo politico della migrazione è doveroso perché appare ormai evidente che fermarsi al contrasto non porterà ad alcuno dei risultati attesi, dato il progressivo aumento dei movimenti a causa dei conflitti, la povertà, il clima, le persecuzioni, la demografia ma anche la facilità degli spostamenti e l’umana indelebile spinta a migliorare le proprie condizioni di vita.

  • “Si entra in Italia solo nel rispetto delle leggi dello Stato” è un’evidenza che ci sembra in contrasto con una politica sorda alla promozione degli ingressi legali e con una normativa che rende molto difficile ogni ingresso che sia al di fuori delle quote annuali prefissate, pur sapendo che non corrispondono più ai reali bisogni dell’Italia che soffre di una grave penuria di lavoratori in ogni settore ed alle attuali dinamiche internazionali.
  • Anche la riforma degli accordi di Dublino sull’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e asilo è stata una richiesta italiana ma, dopo averli comunque approvati, i successivi governi non hanno prestato la dovuta attenzione (perfino con assenze nelle sedi decisionali) alle proposte di modifica presentate dalla Commissione europea.
  • Nelle aule parlamentari per anni si è ripetuto che occorre “aiutarli a casa loro”, auspicando programmi europei da decine di miliardi e ampi investimenti in Africa, mentre gli stanziamenti italiani per la cooperazione internazionale allo sviluppo sono da anni fermi e molto lontani dall’impegno assunto dello 0,7% del RNL, ribadito solennemente per tre decenni e mai attuato. Eppure è ora di avere consapevolezza dell’importanza di definire insieme, UE e Stati membri, quale deve essere in nostro rapporto con l’Africa e con quale ampiezza dovrà svilupparsi, per ragioni di vicinanza, di solidarietà, di relazioni politiche ed economiche, di demografia, di sicurezza, di stabilità che renderanno i due continenti sempre più interconnessi.
  • Si sono promossi giustamente accordi di riammissione con i governi da cui provengono i maggiori flussi irregolari ma sono stati ridotti ad intese bilaterali di polizia, perlopiù riservate, senza collegamento con impegni pluriennali di sviluppo sostenibile sottoscritti dai relativi Ministri degli Esteri, anche in un quadro di relazioni e di cooperazione europee.
  • Se da un lato si è proclamato che la politica migratoria deve essere concordata tra tutti i paesi, dall’altro l’Italia ha rifiutato l’accoglimento del Patto globale dell’ONU sulle migrazioni e non viene presa in considerazione la necessità di delegare all’UE più ampie competenze in materia migratoria, rispetto all’attuale quasi esclusiva competenza nazionale, che permettano la reale fattibilità di soluzioni europee.
  • Stiamo assistendo da anni ad un inesorabile declino demografico ma non sono state ripensate le politiche dell’immigrazione dato che l’Italia ha impellente bisogno di nuova forza lavoro, come ripetono le nostre imprese, e non sono messe in atto imponenti politiche per favorire la natalità moltiplicando i servizi all’infanzia, incentivando e sostenendo le madri e le famiglie, anche con sgravi fiscali.
  • In linea con l’intenzione di risvegliare il senso della patria occorrerebbe accelerare l’acquisizione della cittadinanza italiana per le nuove generazioni discendenti da immigrati, che rimangono a lungo con un’identità sospesa, pur sentendosi, molte e molti di loro, pienamente italiani, frequentando le stesse scuole e gli stessi luoghi dei coetanei compaesani, parlando spesso lo stesso dialetto e contribuendo al benessere comune.
  • Mentre il Sistema di accoglienza e integrazione SAI, gestito dagli Enti Locali e dal Ministero dell’Interno, funziona in sinergia tra Amministrazioni ed Enti del terzo settore ai fini dell’integrazione dei richiedenti e titolari di protezione internazionale, dei minori stranieri non accompagnati, degli stranieri affidati ai servizi sociali e di altre categorie speciali, poco è stato fatto per la piena e rispettosa integrazione degli immigrati e contro le forme di sfruttamento lavorativo; al punto che i migliori continuano a lasciare l’Italia regalando ad altri paesi europei la formazione e le capacità qui acquisite, al pari di tanti giovani italiani che preferiscono beneficiare delle migliori opportunità offerte da altri paesi.

È indubbio che ci sia la necessità di rivedere la legislazione italiana, che appare alquanto chiusa e incoerente, tanto da “incentivare” l’immigrazione illegale. Serviranno norme che definiscano gli ingressi sulla base di indicatori socio-economici, delle necessità, delle opportunità culturali, scientifiche, professionali, delle intese bilaterali e degli accordi con gli Stati UE, insieme all’inalienabile dovere di garantire la protezione internazionale. Ma sarà necessario ripensare la normativa non solo con l’indispensabile precisione e completezza per potere essere applicata ma anche con l’apertura, la capacità di cogliere il cambiamento e la visione lungimirante che hanno garantito vitalità, progresso al benessere italiano e di tante altre regioni nel mondo. È altresì indubbio che l’Italia non possa accogliere tutti, anche se l’affermazione perde peso di fronte alla realtà delle percentuali rispetto alla popolazione residente di immigrati e di titolari di protezione accolti in ogni continente e in altri paesi europei, grandi e piccoli, come già sottolineato.

Gli Organi istituzionali si sono, però, troppo a lungo fermati a generiche affermazioni e slogan e a provvedimenti tampone, mentre avrebbero il dovere di dotarsi di visioni e strategie politiche e di normative adeguate e coordinate con gli altri Stati UE per il governo di una migrazione ordinata, regolare e sicura. La migrazione è da tempo un fatto strutturale e deve essere affrontata come tale e non con ripetitivi ed inefficaci provvedimenti di emergenza. Anche perché la materia rischia di destabilizzare, incrementando tensioni sociali e politiche.

Sul tema molto è stato proposto da organizzazioni ed enti del terzo settore e da centri studi specializzati, frutto di analisi, approfondimenti, conoscenze dirette. L’hanno normalmente fatto dialogando con le istituzioni nazionali e territoriali, non sempre trovando attenzione. Anche sul reiterato “codice di condotta” per le Ong in mare, non ci sono mai state opposizioni preconcette. L’operato di una Ong umanitaria si basa da sempre su codici di condotta che il mondo umanitario, privato e pubblico, si è dato a livello globale. Ciò che è difficile accettare è che tali codici vengano imposti trasformandoli in semplici normative ingiuntive, senza una preliminare concertazione che garantisca il rispetto dei principi umanitari universalmente riconosciuti, a partire dall’UE e dall’ONU. La Commissione parlamentare di inchiesta e le indagini giudiziarie del 2017 si sono dimostrate forzature, ben lontane dal dimostrare le presunte scorrettezze dell’operato delle Ong.  Il Governo e il Parlamento potrebbero trovare grande beneficio dal dialogo con le organizzazioni specializzate della società civile e dall’ascolto, piuttosto che dallo scontro, per la definizione di una rinnovata politica e una qualificata normativa sull’immigrazione.

L’Africa ha bisogno dell’Europa e l’Europa ha bisogno dell’Africa

È utile aggiungere alcuni elementi di analisi e proposta sul nesso tra migrazioni e sviluppo e sulle opportunità da cogliere e sviluppare nel rapporto con il continente africano a cui siamo collegati dal Mediterraneo.

I motivi dell’emigrazione (quella non forzata da eventi disastrosi) sono normalmente legati alla mancanza di fiducia, di prospettive e speranza nel futuro del proprio paese. Ad ognuno dovrebbe essere garantito il diritto di non emigrare, trovando le condizioni indispensabili per poterlo esercitare. Tra tutte, la prima è quella del lavoro dignitoso e continuativo, fonte di dignità, come papa Francesco ci ricorda spesso. Alla dimensione fondamentale della solidarietà occorre quindi affiancare e rafforzare gli investimenti pubblici e quelli del settore privato, l’iniziativa imprenditoriale capace di creare lavoro e di conciliare il profitto con gli obiettivi sociali, ambientali e di progresso delle comunità. Lo sfruttamento delle risorse senza produrre sviluppo umano duraturo e sostenibile non è più ammissibile, non solo eticamente ma perché distorce l’economia, produce corruzione, ostacola i processi democratici, danneggia spesso l’ambiente, favorisce i conflitti e le oppressioni.

Nel 2050 l’Africa subsahariana raddoppierà la popolazione a circa 2,3 miliardi, con un probabile bacino di 750 milioni di persone in età lavorativa (mentre l’Italia diminuirà di 15 milioni). Servono quindi nuove opportunità di lavoro in modo diffuso nel continente. La crescita demografica produrrà inoltre un incremento della domanda di servizi pubblici e di investimenti in istruzione, formazione professionale, filiere industriali, agricole, commerciali, infrastrutture, logistica, trasporti e più in generale progresso sociale e umano. Il cambiamento climatico muterà il rapporto delle persone con la terra, la cui coltivazione richiederà approcci e tecnologie innovative. Sono tutti settori nei quali lo spirito di impresa e la capacità tecnologica italiana possono fornire molte utili risposte, in particolare collegandosi all’azione dei soggetti non profit che sono da anni grandi conoscitori di quelle realtà grazie ai legami e ai partenariati costruiti mettendo al centro la persona umana e la comunità.

Ogni investimento nella cooperazione internazionale è per l’Italia un’opportunità per la sua crescita nel progresso e lo sviluppo sostenibile. Questa cooperazione è spesso richiesta: perché il made in Italy è ritenuto di alta qualità; perché alcuni di coloro che hanno studiato in Italia sono oggi nei propri paesi ai più alti livelli governativi, imprenditori, docenti, promotori di benessere comunitario; perché gli immigrati che hanno avuto successo nelle nostre regioni hanno saputo costruire utili ponti transnazionali di dialogo e di rapporti economici; perché l’Italia ha saputo mantenere buone relazioni diplomatiche e politiche. Leader africani conoscono anche il made in Italy formato solidarietà, avendo sperimentato negli anni la serietà e la resilienza delle Ong Italiane radicate nei territori con successi importanti nella salute, l’agricoltura, l’educazione, le realtà produttive, la governance, l’aiuto umanitario.

L’Africa ha bisogno dell’Europa ma anche l’Europa ha bisogno dell’Africa. Il Presidente Mattarella ha parlato giustamente della necessità di una politica lungimirante verso l’Africa, essendo per l’Europa e per l’Italia il più vicino continente con cui stabilire stretti rapporti di partenariato e di cooperazione. Per essere efficace e sostenibile nel tempo e nelle modalità attuative, tale cooperazione dovrà essere basta su una stretta concertazione e una coordinata azione europea frutto di un permanete partenariato euro-africano che ne definisca le priorità, i vincoli, i reciproci interessi, l’ownership locale e i rispettivi ruoli.

Questo partenariato ha bisogno di risorse. Il debito pubblico di molti paesi africani soffoca qualsiasi idea di titolarità locale e di sostenibilità basata sulle poche risorse disponibili. LINK 2007 ha lanciato allo scorso G20 a presidenza italiana una proposta apripista chiamata Release G20 che va nella direzione di liberare risorse, a partire dal debito, per investimenti atti a creare posti di lavoro dignitosi e sostenibili. Su questa proposta e su tutto quanto sopra LINK 2007 continuerà a dialogare con le Istituzioni italiane ed europee insieme agli altri attori della società civile e i soggetti interessati alla cooperazione allo sviluppo.

Seconda parte

MEMORANDUM DI INTESA ITALIA-LIBIA

Venendo ora agli arrivi via mare dal Nordafrica ed al Memorandum di intesa con la Libia, è bene evidenziare che le partenze sono organizzate non solo lungo le coste libiche della Tripolitania ma anche della Cirenaica e nelle aree interne (oltre che in Tunisia e in Egitto). L’Italia non è riuscita – come d’altronde la stessa Europa – a stabilire rapporti positivi con le due principali parti libiche in conflitto, come avrebbe dovuto e potuto fare con una politica lungimirante, risoluta e perseverante. Si è limitata a soddisfare le proprie ansie politiche sul contenimento e il controllo dell’immigrazione dalle coste libiche occidentali, firmando in merito un accordo che si rinnova tacitamente ogni triennio e di cui non sono ancora chiari i contenuti dei decreti attuativi.

I dissensi e le manifestazioni contro il rinnovo senza modifiche del Memorandum di intesa tra l’Italia e la Libia (QUI IL TESTO) sono più che giustificati. Firmato il 2 febbraio 2017 con validità triennale è già stato rinnovato nel 2020 e lo sarà a febbraio 2023. A quanto si sa, l’Italia non ha presentato alcuna richiesta di revisione secondo i termini stabiliti all’articolo 8 (“ha validità triennale e sarà tacitamente rinnovato alla scadenza per un periodo equivalente, salvo notifica per iscritto di una delle due Parti contraenti, almeno tre mesi prima della scadenza del periodo di validità”). Il nostro Governo può comunque farlo in ogni momento, ai sensi dell’articolo 7 che stabilisce più generalmente che “Il presente Memorandum può essere modificato a richiesta di una delle Parti, con uno scambio di note, durante il periodo della sua validità”.

Perché è indispensabile oltre che doveroso che il Governo italiano modifichi il Memorandum senza esitazioni e ritardi? Innanzitutto per ragioni di coerenza, dignità e rispettabilità, non potendo l’Italia tradire la propria cultura dei diritti umani e dei principi e valori fondamentali della persona contenuti nei trattati internazionali, considerata anche l’esigenza vitale per l’Italia di far parte di quella comunità di Stati che basano le proprie Costituzioni sul rispetto della dignità di ogni essere umano, attuandone coerentemente i principi.

Nelle tre pagine del testo, le parole ‘diritti umani’ compaiono una sola volta, all’articolo 5, indicando negli “obblighi internazionali sottoscritti dalle parti lo strumento per interpretare e applicare” il Memorandum su tali diritti. In tutta evidenza tale interpretazione e applicazione non è mai avvenuta. La situazione di molte persone immigrate il Libia, con la disumana realtà dei centri di detenzione definiti unanimemente lager, gli abusi, gli stupri, le torture, lo stato di schiavitù, i ricatti, le oscure operazioni degli uomini della Guardia di frontiera e costiera e dell’Interno, spesso legati a milizie tribali implicate nei traffici di essere umani oltre che del petrolio, le omissioni di soccorso, le ripetute reclusioni arbitrarie, sono realtà ben conosciute e documentate anche da organizzazioni internazionali e delle Nazioni Unite. È quindi evidente a tutti che il testo non possa più essere tacitamente rinnovato, come se questa orribile serie di crimini non esistessero. Tanto più ora, dopo l’annuncio della Corte penale internazionale (Cpi) al Consiglio di Sicurezza di avere emesso numerosi mandati per crimini di guerra, crimini contro i diritti umani e crimini contro i migranti commessi in Libia.

Serve un segnale di cambiamento

Contiamo che l’attuale Governo non continui sulla strada che tende a delegare ad entità libiche questioni che dovrebbe saper assumere e affrontare con intelligenza, visione, umanità, fedeltà ai principi della Carta costituzionale e dei trattati internazionali. Un Memorandum bilaterale che metta al primo posto tali principi faciliterebbe il pieno supporto dell’Unione europea e degli Stati membri e in parte potrebbe giustificare corrispondenti misure di ‘maggiore fermezza’, come si usa dire.

L’articolo 5 può e deve essere applicato: “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte”. Anche la Libia ha ratificato Convenzioni e Trattati internazionali sui diritti umani, che non sono mai stati revocati e che impegnano tuttora i governi libici. Si tratta di impegni internazionali che sono stati quasi dimenticati sia dai libici che dalla comunità internazionale. È bene ricordarli affinché diventino lo strumento chiave per la definizione e l’applicazione degli accordi multilaterali e in particolare del Memorandum bilaterale di intesa. Se il Governo italiano considera la controparte libica credibile nel rappresentare lo Stato o una sua parte per quanto riguarda gli impegni che dovrà assumere in forza del Memorandum, la stessa credibilità dovrà valere nell’esigere l’adempimento degli impegni internazionalmente assunti.

Le principali ratifiche riguardano: La Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli, la Convenzione UA regolante gli aspetti specifici dei problemi dei rifugiati in Africa, la Carta africana sui diritti e il benessere del minore, il Protocollo alla Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli sui diritti delle donne in Africa, la Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, il Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, il  Protocollo addizionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per combattere il traffico di migranti via terra, via mare e via aria, la Convenzione di Ginevra sulla protezione delle persone civili in tempo di guerra. A cui si possono aggiungere almeno altre 25 ratifiche o adesioni a Trattati e Convenzioni inerenti ai diritti umani.

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dato segnali di disponibilità al confronto quando ha affermato ”Non intendiamo fare da soli, ascolteremo i corpi intermedi, chi le materie le vive ogni giorno”. Ascolti quindi per favore chi da anni è a contatto con le fragilità nel mondo e vive e segue anche queste disumane e insopportabili situazioni. Auspichiamo la stessa apertura all’ascolto delle Ong e organizzazioni della società civile da parte del Ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e, come è sempre stato con i soggetti della cooperazione internazionale allo sviluppo, da parte del Ministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale Antonio Tajani. 

Il Memorandum dovrebbe essere annullato o radicalmente modificato. Qualora ciò non avvenisse, una proposta che rappresenterebbe un primo indispensabile passo per ridare dignità all’Italia è un primo “scambio di note durante il periodo della sua validità” ai sensi dell’articolo 7. La più urgente di queste note dovrebbe riguardare “i campi e i centri di detenzione temporanea” e il “supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro la tratta degli esseri umani e l’immigrazione clandestina e del controllo dei confini”.  Contiamo che il Governo italiano invii alla parte libica la nota, senza ulteriori ritardi, almeno su questi due punti del Memorandum, di seguito esplicitate.

Campi e centri di detenzione temporanea, formazione del personale, programmi di sviluppo (articolo 2)

È necessario definire che:

  • I centri di detenzione governativi sostenuti dall’Italia e dall’Europa siano gestiti sulla base dello Stato di diritto e del giusto processo, premendo perché l’immigrazione irregolare non sia più considerata reato penalmente perseguibile con anni di reclusione insieme ad afflizione di pene disumane;
  • gli impegni derivanti dal Memorandum e da altri accordi europei contribuiscano all’umanizzazione dei centri detentivi governativi migliorandone ulteriormente le condizioni di vita, con riferimento particolare a donne e bambini che non devono rimanere reclusi; per giungere quanto prima alla loro sostituzione con strutture più consone alla dignità umana ed alla tutela dei più vulnerabili;
  • sia facilitata: a) l’organizzazione di programmi con l’OIM e altre organizzazioni con essa coordinate per il ritorno assistito di coloro che chiedono di essere aiutati a ritornare nei propri paesi; b) la valutazione delle richieste di protezione internazionale attraverso l’UNHCR, ripartendo le persone selezionate nei paesi disponibili in Africa e negli altri continenti, compresa l’Europa; c) la libera scelta del migrante di rimanere regolarmente in Libia per lavoro o di procedere autonomamente per altre mete autorizzate.
  • la predisposizione dei centri governativi, la formazione del personale libico, la fornitura di medicinali ed altri beni di prima necessità, avvengano con la possibilità di accesso e di azione delle organizzazioni internazionali che operano in Libia nel campo delle migrazioni (articolo 2, comma 5), ed in particolare UNHCR, OIM, Federazione internazionale di Croce rossa e Mezzaluna rossa ed organizzazioni non governative con esse collegate;
  • tali organizzazioni internazionali presentino in merito valutazioni mensili al comitato misto di cui all’articolo 3 (che recita: “…le parti si impegnano a istituire un comitato misto … per individuare le priorità d’azione, identificare strumenti di finanziamento, attuazione e monitoraggio degli impegni assunti”), rendendole pubbliche;
  • siano soppressi e perseguiti con determinazione i centri di detenzione non ufficiali finalizzati al traffico e allo sfruttamento dei migranti attuato con metodi disumani e abusi di ogni sorta;
  • siano soppresse le riconsegne di migranti allo Stato libico se non strettamente sotto la tutela e protezione delle organizzazioni internazionali sopra elencate, in coerenza con la sentenza della VI Sezione penale della Corte di Cassazione del 16 dicembre 2021 che stabilisce che è scriminata la condotta di resistenza a pubblico ufficiale da parte del migrante che, soccorso in alto mare e facendo valere il diritto al non respingimento verso un luogo non sicuro, si opponga alla riconsegna allo Stato libico.

Supporto tecnico e tecnologico alla guardia di frontiera e costiera del Ministero della Difesa e agli organi del Ministero dell’Interno incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina (articolo 1, comma c)

Date le varie decine di milioni di euro erogati dall’Italia, riteniamo necessario che sia concordato che:

il supporto italiano

  • sia affiancato da ulteriore formazione al personale addetto e accompagnamento operativo;
  • sia monitorato e valutato mensilmente dal comitato misto;

nei punti di sbarco

  • sia ammessa e rafforzata la presenza delle organizzazioni umanitarie internazionali che operano in Libia nel campo delle migrazioni al fine della garanzia del rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, oltre che dell’assistenza umanitaria e sanitaria, per le persone che saranno ivi rimpatriate;
  • sia garantita tale presenza anche nei centri governativi di detenzione ove saranno condotti.

Se l’obiettivo del Governo italiano è quello di combattere i trafficanti di essere umani, come da tutti ripetutamente dichiarato e come tutti vogliamo, allora non è punendo le vittime della tratta che tale obiettivo può essere conseguito ma togliendoli dalle mani dei trafficanti e dei funzionari istituzionali conniventi. È intollerabile che si continui a colpire le persone salvate dal mare e dall’incubo libico senza mai intervenire decisamente per toglierli dalle mani di chi organizza e sostiene i traffici di esseri umani, considerati merce da sfruttare, con la coercizione, la violenza e i relativi abusi e soprusi.

Non si può d’altro canto sostenere che i centri di detenzione e gli abusi in Libia non siano un nostro problema: è un’affermazione che nessun cittadino europeo e soprattutto nessun decisore politico dell’Unione e degli Stati membri potrebbe mai fare propria. Nella definizione degli accordi con la Libia – sia italiani, che europei e internazionali – andrebbe quindi verificata, nel dialogo politico, anche la possibilità che venga abolita la legge 19 del 2010 della Jamahiriya libica sul contrasto all’immigrazione illegale che viene applicata per punire crudelmente e lungamente i migranti in entrata e in uscita ma non i trafficanti. Lo Stato di diritto e la difesa della dignità e dei diritti fondamentali della persona sono tra i principi alla base delle nostre democrazie e della nostra civiltà. Ignorarli significherebbe un ritorno a ciò che consideriamo barbarie.

LA MIGRAZIONE PUO’ ESSERE GOVERNATA USCENDO DALL’APPROCCIO EMERGENZIALE

Il Memorandum di intesa, anche con le ulteriori doverose modifiche che dovranno essere apportate oltre a quanto qui proposto, non contribuirà comunque al governo dell’immigrazione. Servirà, quanto prima, un lavoro del Governo e del Parlamento per uscire dall’approccio emergenziale e meramente securitario e modificare la normativa del 2002 che in vent’anni ha dimostrato di non essere adeguata né a governare l’immigrazione, né all’interesse dell’Italia, né al suo ruolo di paese fondatore dell’Unione europea. Le proposte ci sono, così come le linee di indirizzo internazionali.

 

Pubblicato in:  VITA

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.