logo
ONG
14 Mag 2020

SILVIA ROMANO, ONG, SICUREZZA, RISCATTI. INTERVISTA A “IL GIORNALE”

Il caso di Silvia Romano non è il primo a dimostrare che le Ong dovrebbero essere più attente alla sicurezza. Cosa ne pensa?

L’attenzione alla sicurezza riguarda ormai tutti. Le Ong di cooperazione allo sviluppo e di aiuto umanitario l’hanno capito da tempo, tanto da promuovere con l’Unità di crisi del Maeci già nel 2015 un approfondito lavoro e la conferenza “La sicurezza è una cosa seria” che hanno prodotto indicazioni per la prevenzione e gestione dei rischi. Formazione, comprensione del contesto, protocolli per paese, monitoraggio, sono divenuti pane quotidiano per molte Ong. Diverso è il discorso se parliamo di associazioni o persone che esprimono solidarietà, generosità, professionalità, sottovalutando talvolta i rischi, anche in aree non destabilizzate.

I rischi sono aumentati per le Ong che operano all’estero in aree di crisi?

Certo, e non solo nelle aree di crisi. Fino a tre decenni fa si poteva attraversare tutto il sahel anche da soli e fermarsi nel villaggi a dormire. Ora è impensabile.

Silvia è stata mandata allo sbaraglio?

Silvia sapeva ciò che faceva, anche perché già conosceva il Kenya. Qui non si tratta di mandare allo sbaraglio ma di capire/non capire che la spinta solidaristica non basta da sola. C’è un’etica della responsabilità che tutti, associazioni e singole persone, dobbiamo severamente assumere in particolare nei contesti difficili.

Cosa pensa della onlus Africa Milele che aveva ingaggiato Silvia?

Mi sembra che la fondatrice andando in viaggio di nozze in Kenya ha deciso di aiutare i bambini del posto creando un’associazione per questo fine. Senza però strutturarsi in maniera adeguata

Non bisognerebbe fare un albo in base alla serietà delle Ong anche dal punto di vista della sicurezza?

La legge sulla cooperazione già prevede che le Ong che hanno rapporti con la pubblica amministrazione siano iscritte in un apposito elenco dopo la verifica dei criteri di ammissibilità, periodicamente valutati. Se ne conoscono quindi le qualità. Per le altre associazioni solidaristiche ritengo più utile un’ampia azione di informazione, educativa, da ripetersi periodicamente in programmi televisivi, giornali, social, perché venga assimilato il convincimento che la generosità, la stessa professionalità, sono preziose ma non possono più bastare nelle iniziative di aiuto e di cooperazione.

I cooperanti, come è per le grandi Ong internazionali, non dovrebbero seguire specifici corsi sulla sicurezza e sul comportamento in caso di sequestro, prima di andare all’estero?

Molti già lo fanno, anche nelle nostre Ong italiane. Vanno ampliati a tutti e rafforzati, senza dubbio. Potrebbe essere di aiuto il sostegno a percorsi formativi per rafforzare le capacità di prevenzione e gestione del rischio, compreso un eventuale sequestro.

Come Ong strutturate non avete mai pensato di fare un’assicurazione “kidnap and ransom” con le società specializzate di sicurezza anglosassoni?

Chi parte con le Ong è coperto da tutte le assicurazioni che l’esperienza ha dimostrato utili. Quelle delle società di sicurezza, a parte i costi spropositati, ci metterebbero in un ambito militare-intelligence che non è proprio il nostro.

E’ vero che esiste un’impostazione “mentale” di alcuni volontari che in aree pericolose sottovalutano il rischio e pensano che la sicurezza è un limite all’indipendenza?

Talvolta sì, lo vediamo anche in Italia. Se non si è collegati ad organizzazioni strutturate o a realtà del paese quali missioni, istituzioni pubbliche, enti scolastici, sistemi produttivi ci si può mettere in situazioni di rischio eccessivo.

Per liberare un ostaggio a certe latitudini o si paga o si spara. Una vita non ha prezzo. Pur di riportare un ostaggio a casa dobbiamo accettare l’idea di pagare un riscatto?

Nelle nostre cultura ed etica del diritto lo Stato ha l’obbligo di salvare la vita dei propri cittadini. E vivaddio. Guardi che tutti lo fanno, magari indirettamente, anche quando negano. E’ però importante non dirlo. A proposito dei sequestri, vorrei fare notare che quando è capitato ad Ong strutturate, la collaborazione tra Ong e Istituzioni ha favorito l’accelerazione della soluzione ed anche una migliore gestione del rientro a casa.

Silvia non ha ancora detto una parola di condanna dei terroristi Al Shabab che l’hanno tenuta prigioniera in Somalia. Non dovrebbe dire chiaramente cosa ne pensa?

Diamo tempo al tempo. Non sappiamo poi se le sue dichiarazioni possono mettere a repentaglio altre vite. Un po’ di pietà: è appena uscita da un incubo.

IL GIORNALE

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.