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20 Gen 2020

UN’AGENDA PER IL GOVERNO DELLE CRISI INTERNAZIONALI. UTOPIA O NECESSITA’?

“Un’Agenda per la pace”, proposta da Boutros Boutros-Ghali, è stata la grande occasione persa nel 1992 per rafforzare l’Onu e la sua capacità di diplomazia preventiva, pacificazione e mantenimento della pace. Pensando alla Libia ed agli altri disastrosi interventi internazionali, il pensiero va a quel periodo ed alla mancanza di coraggio e ambizione dei responsabili politici, incapaci di cogliere le spinte della società dopo il ‘crollo del muro’. Le successive crisi mondiali avrebbero potuto essere affrontate e governate diversamente se si fosse adottata l’Agenda per la pace? Probabilmente sì, ma è una riflessione politica che sembra importare poco. Tanto che, anche rispetto al cammino dell’Unione europea, si continua a procedere senza grandi ambizioni, precisi orizzonti e coraggio. E’ possibile cambiare rotta?

Libia, Siria, Iraq, Stato islamico, Iran, Yemen, Afghanistan, Ruanda, Congo, Somalia… : l’Onu si è dimostrata impotente. Non tanto l’Organizzazione delle Nazioni Unite in sé, che va riformata ma rimane indispensabile, ma il suo Consiglio di Sicurezza con i cinque membri permanenti chiusi nelle proprie logiche di potenza, intrinsecamente divisive ed espresse con il diritto di veto. Grazie al quale anche le innovazioni indispensabili stentano ad emergere, in un mondo radicalmente cambiato dal 1945 ed in continuo mutamento.

Multilateralismo, diritto internazionale, dialogo politico, regole condivise e rispettate, solidarietà internazionale sembrano essersi affievoliti, smorzati. Eppure sono stati importanti pilastri nella seconda metà del secolo scorso e hanno guidato le sfide del dopo guerra, della decolonizzazione, della caduta di muri che sembravano indistruttibili, del ‘nuovo ordine mondiale’ auspicato e mai decollato. Servirebbero ancor più oggi, di fronte a sfide difficilissime, con nuovi interessi di potenza e nuovi conflitti politici, economici, geostrategici, tecnologici, cibernetici, ambientali, sociali, religiosi, migratori…

La nostra civiltà ha favorito l’affermazione dei diritti umani e della partecipazione democratica: la dignità di ogni essere umano, la giustizia, i diritti fondamentali tra cui il diritto alla vita, alla libertà dalla fame e dall’ignoranza, alla vita sociale, alla partecipazione politica. Ma al contempo è stata e continua ad essere carica di incoerenze e contraddizioni. Troppe e gravi, anche perché si preferisce non vederle o negarle, mentre viviamo quei principi e valori universali in riferimento al nostro benessere e ai nostri interessi, a difesa delle nostre chiusure e paure, piegando perfino la legalità e il diritto internazionale alle convenienze del momento, coprendo e sostenendo dittature o presenze predatorie sulla base della loro utilità politica o economica. Riflettevo su questo alcuni anni fa, a proposito di cooperazione internazionale e di governo globale delle migrazioni (come a dire che tutto si tiene) e scrivevo che “non vi è dubbio che qualche correzione andrebbe fatta, se non vogliamo continuare ad assistere passivamente ad una graduale implosione della nostra civiltà”.

Anche il continuo appellarsi all’opzione militare per la soluzione dei conflitti, quasi sempre senza analisi dei suoi effetti e senza mai toccare i problemi politici, economici, ambientali e sociali che causano le tensioni, dimostra la debolezza e l’incapacità della politica, l’assenza di una visione che superi quella dei secoli passati. Oltre a causare sofferenze alle popolazioni e a sottrarre ingenti risorse alla lotta alla povertà e alle ingiustizie, le guerre recenti hanno reso il mondo più insicuro e instabile, alimentando la spirale del terrorismo.

Ma è soprattutto la mancanza di coraggio politico, unita ad un’arrogante visione del mondo da parte degli Stati-guida, che stupiscono. E non da ora: l’incapacità di cogliere il momento propizio e gli spazi politici che si erano aperti con la fine della guerra fredda è stata un fatale errore. E’ bene ricordarlo, di fronte alle crisi odierne. I ‘Grandi del mondo’ non hanno infatti avuto il coraggio di recepire quanto da loro stessi auspicato il 31 gennaio 1992 nella riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza (per la prima volta al livello di Capi di Stato e di Governo) e successivamente sviluppato dal Segretario Generale Boutros Boutros-Ghali nel rapporto “Un’Agenda per la pace. Così iniziava: “Nel corso degli ultimi anni l’immensa barriera ideologica che per decenni ha causato diffidenza e ostilità è crollata. Nel momento in cui le questioni tra gli Stati del nord e del sud crescono più intense e richiedono un’attenzione ai più alti livelli, il miglioramento nelle relazioni tra gli Stati dell’oriente e quelli dell’occidente consente nuove possibilità per contrastare con successo le minacce alla comune sicurezza”.

L’Agenda proponeva alcuni obiettivi: “ Individuare situazioni che potrebbero generare conflitto e tentare di rimuovere le fonti di pericolo prima che scoppi la violenza. ▫ Laddove scoppi il conflitto, impegnarsi in un’attività di pacificazione volta a risolvere le questioni che hanno portato allo scontro. ▫ Preservare e mantenere la pace ove i combattimenti sono cessati e assistere le parti nell’attuazione degli accordi raggiunti. ▫ Aiutare le parti nella costruzione della pace: ricostruire le istituzioni e le infrastrutture di nazioni lacerate da guerre civili e conflitti e costruire legami di pacifico mutuo benefìcio tra nazioni precedentemente in guerra. ▫ Rivolgersi alle cause più profonde del conflitto. “

In una visione multilaterale, di interessi condivisi e di cooperazione: “Il potere comporta speciali responsabilità e tentazioni. Il potente deve resistere al duplice ma opposto richiamo dell’unilateralismo e dell’isolazionismo se si vuole che le Nazioni Unite abbiano successo. Perché proprio come l’unilateralismo a livello mondiale o regionale può scuotere la fiducia degli altri, così l’isolazionismo può, sia che esso risulti da una scelta politica o da una circostanza costituzionale, indebolire l’impresa globale” … “II Consiglio di Sicurezza non dovrà mai più perdere la collegialità che è essenziale al suo corretto funzionamento, un attributo che esso ha guadagnato dopo una tale prova. Un genuino consenso derivante da interessi condivisi, deve governare la sua attività, e non la minaccia del veto o il potere di un qualsiasi gruppo di nazioni“.

Quel rapporto, presentato all’Assemblea Generale nel giugno 1992 è stato inizialmente accolta con entusiasmo dagli Stati membri dell’Onu, che hanno però fatto presto un passo indietro, impedendo l’attuazione delle raccomandazioni più qualificanti e riformatrici. Le proposte presentate potevano essere meglio approfondite per essere poi adottate rafforzando l’Onu ma si è preferito ridurne la portata e considerarle come ‘linee guida’. Gli Stati non hanno voluto cedere alle Nazioni Unite quegli spazi di sovranità e capacità di azione che avrebbero potuto segnare una differente evoluzione nella gestione dei conflitti e nel mantenimento della pace rispetto al modo alquanto disordinato e inquinato da altri fini degli ultimi decenni. Hanno prevalso e continuano a prevalere gli interessi particolari, legati a visioni di corto respiro e spesso errate. La complessità della realtà globale provoca chiusure, paure, prepotenze, proprio come evidenziato nel 1992 da Boutros-Ghali. Le conseguenze sono davanti ai nostri occhi: destabilizzazioni, distruzioni, sofferenze, terrorismo, migrazioni.

Una domanda dovremmo però riuscire a farci, tutti, a partire dalla Politica, pur di fronte alle grandi difficoltà dell’era attuale. E’ proprio così utopico riprendere, aggiornandola, quell’ “Agenda per la pace”? Forse sì. Ma c’è chi rimane convinto che l’utopia nella politica possa realizzarsi: servono donne e uomini coraggiosi nell’azione politica, preparati e radicati nella realtà, con una visione alta e di lungo respiro, profondamente e intensamente convinti e capaci di convincere.

 

Nino Sergi

Presidente emerito di Intersos, che ha fondato nel 1992 e di cui è stato segretario generale e presidente. In precedenza, dal 1983 fondatore e direttore dell’Iscos-Cisl, istituto sindacale per la cooperazione allo sviluppo. Nel 1979 direttore del Cesil, centro solidarietà internazionale lavoratori, fondato con le comunità di immigrati a Milano. Operaio e sindacalista. Tra gli anni '60 e '70 formatore in Tchad. Studi di filosofia in Italia e di teologia in Francia.